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L’élite del rap, senza aspetto truce ma con molte cose da dire. Chi è Ghemon

Canta senza lamentele, pure quando gli danno del “signorino”

22 Febbraio 2019 alle 18:31

Roma. La bio su Instagram di Ghemon è la frase di Philip Roth che, quando è morto Philip Roth, abbiamo letto riportata ovunque, riproposta (che strazio) come una regola di life coaching. Questa: “Non il talento, ma la dedizione ha salvato la mia vita”. Fa al caso suo (la frase, non la retorica del sé e del riscatto di sé in cui l’abbiamo immersa e strangolata). Giovanni Luca Picariello, Ghemon sui dischi in omaggio al samurai Goemon di Lupin III, ha 37 anni, 5 dischi alle spalle, una laurea in Giurisprudenza, i capelli biondo Eminem. A Sanremo era quello che, quando saliva sul palco, faceva dire a tua zia: ma questo è appena sceso dal treno, che orrore, ma chi è?

 

S’è presentato tutte le sere con addosso un cappotto diverso, sempre molto eccentrico, e a volte parecchio brutto. La sua “Rose Viola” gli è valsa il dodicesimo posto. E lui, su Twitter, ha scritto: “Comunque non mi sento dodicesimo a nessuno”. Finezza e ironia in un colpo solo.

 

La sua bio su Twitter è: “The hardest working man in show business”, che era il soprannome di James Brown, uno stacanovista perfezionista come lui. Ci vuole un fisico bestiale per darsi del James Brown, e molta signoria di sé per non dare in escandescenze quando si perde, mentre nella sala accanto Ultimo accusa i giornalisti di averlo sfavorito e di avergli scippato la vittoria e l’Italia fa di lui un martire della casta o una gif della mitomania. Ci vogliono talento e molti anni trascorsi a lavorare per farlo funzionare, per vaccinarsi da questo tempo che, rifiutando il rifiuto, ti convince che devi assolverti sempre quando vieni condannato, perché chi ti giudica non è alla tua altezza, oppure ce l’ha con te.

  

Ghemon ha sofferto a lungo di depressione. Quando gli è stata diagnosticata, ha pensato che fosse “una sconfitta del mio cervello”. S’è incolpato d’essersi ammalato. In “Mezzanotte”, il suo disco prima di Sanremo, ha raccontato come ci è arrivato: volendo tutto e di più; sentendosi sempre insoddisfatto; opponendo a tutto un “no universale”. S’è sfinito di lavoro, e lo farà sempre: dalla depressione si guarisce, dalla pretesa di perfezionarsi no. E’ questa la dannazione che racconta, persino quando canta una canzone d’amore e di abbandono come “Rose Viola”, dove c’è una donna che si prende tutte le responsabilità, incluse quelle dei raggiri che subisce. Lo fa anche Ghemon: si prende tutte le colpe, e tutti i meriti. Ha un senso altissimo di responsabilità e di sé: è un maniaco del controllo e un egolatra, e sa che la sua egolatria è un avversario che fronteggerà, si porterà appresso e amerà per sempre.

 

La robustezza e la consapevolezza di sé gli vengono anche dall’aver cominciato a 14 anni, con una bomboletta da graffitaro in mano, ad Avellino, quando non c’era internet, non c’era niente, e per avere qualcosa bisognava inventarsela. Ci ha messo altri 14 anni per fare il musicista come voleva lui. Ha scontato d’aver fatto il rap senza mai proporne il canovaccio (povertà, emarginazione sociale, riscatto). “Ho avuto altri disagi, più intimi e personali, ma non corrispondevano all’immagine del rapper col pantalone lungo e l’aspetto truce”, ha detto all’Huffington Post.

  

E’ uno normale, non ha subìto ingiustizie, non lamenta incomprensioni: è stato vittima soltanto della sua intransigenza. “Se proprio devo raccontare i fatti miei per stare più vicino ai fan, invece di condividere foto di vacanze o di quello che mangio, penso sia meglio dire loro quanto pago al mese di rate della macchina, una Polo. 206 euro. Mi sembra una bella dose di realtà”, ha scritto su Twitter.

  

E’ stato vanitoso abbastanza da insistere: non conta se sono indigesto, complicato, un po’ faticoso, e al diavolo se mi danno del signorino (ha studiato alla Luiss) o del frocio perché non scrivo di soldi e scopate; sono bravo, ci metteranno soltanto di più a capirlo.

  

Che “Rose Viola” sia bellissima, in effetti, lo abbiamo capito a Festival finito. E va bene su tutto, nonostante il colore: l’altro giorno l’ha usata persino Caterina Balivo.

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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