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La Prima della Scala e quel segnale dell’Italia che produce al governo della decrescita

Gli applausi a Mattarella, l'inno di Mameli, Attila, Odabella e il patriottismo. Cronaca di una serata alla Scala

8 Dicembre 2018 alle 14:54

La Prima della Scala e quel segnale dell’Italia che produce al governo della decrescita

Da sinistra Gianluca Buratto, Fabio Sartori, RIccardo Chailly e Saioa Hernández (foto LaPresse)

Mai una volta che io riesca ad essere puntuale, anche la mia (prima) prima alla Scala non fa eccezione. Nel giorno di Sant’Ambrogio il centro è intasato e il percorso è pieno di ostacoli. La polizia e le transenne non mancano ma a manifestare stasera non c’è nessuno, anche i miei amici di Macao si sono presi qualche giorno di vacanza. Mi faccio largo tra i poliziotti e arrivo in mezzo a una mitragliata di flash. Sono per Sergio Mattarella che entra a teatro con passo sicuro, con quei capelli candidi lo smoking gli sta benissimo, infatti appena appare sul palco si merita tre minuti di ovazioni. Tutti in piedi e rivolti a lui, dalla platea al loggione, un segnale dell’Italia che produce al governo della decrescita, un misto di orgoglio e voglia di ripartire, come la cadenza che Riccardo Chailly dà all’inno di Mameli. Non cantano proprio tutti ma le parole si sentono, soprattutto al “siam pronti alla morte”, è un verso perfetto per Attila, l’opera di Giuseppe Verdi che apre la stagione.

 

La Scala accoglie Mattarella con un lungo applauso. Più lungo del solito

Il presidente della Repubblica assoluto protagonista della Prima. Assente Salvini che preferisce andare da Barbara D'urso a Pomeriggio Cinque 

 

Anna Kardos sa tutto di quest’opera, è una musicologa arrivata da Zurigo per l’Aagauer Zeitung e soprattutto è la mia vicina di posto. Le piace il mio papillon e come darle torto, l’ho preso l’altro giorno da Cinabre, un sarto parigino che li fa pure per Emmanuel Macron. Per questa prima ho scelto un rosso sangue, come il terreno di Aquileia dopo l’assalto degli Unni. C’è morte e devastazione dappertutto e un fumo grigio che sale dalle macerie, un enorme led wall dietro la scena e ovviamente nemmeno un filo d’erba mentre Attila avanza sul suo cavallo e i soldati eliminano i superstiti, salvo un gruppo di donne che vengono risparmiate. “Mirabili guerriere difesero i fratelli”. Tra loro c’è Odabella (Saioa Hernandez), ha un padre da vendicare, è lei l’indomita eroina che accompagnerà la vicenda fino alla tragica fine. Attila (Ildar Abdrazakov) la guarda ed è amore prima vista “bella è quell’ira, o vergine, nel scintillante sguardo”. Arriva al punto da porgerle la spada. Anche a lui piacciono le donne arrabbiate, decide di portarla con sé fino a Roma, la vittoria che attende da tempo, anche se molti in sala si augurano che desista. Ci prova Ezio (George Petean) a convincerlo su un ponte mezzo crollato che subito fa pensare a Riccardo Morandi ma questo non è certo un capolavoro, anzi è una strana unione di stili differenti. L’ideale per fargli una proposta, l’impero d’Oriente e d’Occidente in cambio di Roma. “Avrai tu l’universo, resti l’Italia a me”.

 

A guardarsi intorno questa Italia non sembra un gran terreno di conquista, soprattutto gli acquitrini dove i profughi di Aquileia sono accolti dagli eremiti. Siamo in un paesaggio piranesiano, gli archi si reggono per miracolo, il calcestruzzo è ammalorato e si direbbe pronto a sgretolarsi da un momento all’altro. Le scene di Giò Forma sono d’impatto, ne ho viste tante ai concerti di Vasco e infatti quando appare Foresto (Fabio Sartori) mi viene in mente quel verso di Sally “una donna che non ha più voglia di fare la guerra”. Invece Odabella è assetata di vendetta, rivede lo sguardo del padre quando Attila l’ha ucciso tra i canneti e non riesce a contenere l’odio. Il video l’hanno girato dalle mie parti, tra le baragge di Romagnano Sesia, proprio dove vado a correre e speriamo che tra i boschi non si nascondano degli unni convinti che la guerra non sia finita. Nel caso dovrei offrire un compromesso, come Papa Leone che appare al re degli Unni come nel celebre affresco di Raffaello delle Stanze Vaticane, è il momento più spettacolare della regia di Davide Livermore, Monte Mario è in fiamme e c’è il Colosseo sullo sfondo e Pietro e Paolo in cielo che gli planano addosso come due elicotteri, una scena da paura e infatti “l’alma in petto ad Attila s’agghiaccia per terror”. Trema anche la povera Anna di fianco a me, per fortuna arriva l’intervallo e allora le propongo di farci due gin tonic.

 

Ci buttiamo invece su un bicchiere di spumante, il Bellavista scorre a fiumi nel solito bar che stasera è meno intasato del solito nonostante le mandorle salate e le deliziose tartine con gamberetti e lamponi. Sono tutti nel foyer a guardare attrici, ministri, ballerine, imprenditori, modelle, presidenti di Assolombarda ed è tutto un selfie e un tweet mentre Anna mi racconta le sue estati a Lucerna e mi confessa le sue origini ungheresi, viene proprio dalla terra degli Unni e lo sussurra con circospezione e ha ragione, la sala è piena zeppa di italiani. Suo fratello si chiama Attila e se fosse per lei Roma non avrebbe scampo, come la Lega quando aveva Lombarda nel nome, vorrebbe il re degli Unni sul trono in Campidoglio e invece Ezio e Foresto tramano per ucciderlo. Attila sembra non temere nulla, ignora i presagi, gli incubi, i fuochi, le coppe avvelenate e si butta sul banchetto e decide di sposare Odabella. C’è una tensione che si taglia col coltello, i campi degli eserciti sono divisi da un muro di vetri colorati, si ballano lenti al lume di candela, mentre Foresto rimpiange il tempo andato con Odabella nella sua splendida romanza, “ah fui beato in quell’amore, come un angelo nel ciel”. Ha smesso di credere alla sua fedeltà e invece si sbaglia. Odabella non dimentica, non ha un briciolo di pietà perché “con morte soltanto può frenarsi l’odio” e contro ogni speranza di happy ending affonda il coltellaccio nel collo del povero Attila ed esce così tanto sangue che non basterebbero dieci dei miei papillon. Il re degli Unni stramazza al suolo e muore, nonostante i favori è stato tradito, esce un drappo tricolore e tutti esultano tranne Anna di fianco a me che piange per il suo Attila e non serve a nulla dirle che non è suo fratello e che tutto quel sangue è passata di pomodoro e non bastano a consolarla nemmeno i quindici minuti di applausi, il giusto trionfo per questa prima, se ne va con le lacrime sulle guance chiare, il patriottismo è una strana cosa che può portare a morti e feriti, l’unica accortezza, se proprio non lo puoi evitare, è cercare di stare dalla parte giusta.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    08 Dicembre 2018 - 18:06

    Noi in Italia, che non condividiamo l'attuale governo, ci consoliamo con poco: gli applausi a Mattarella,l' Inno di Mameli e addirittura Attila, Odabella e il patriottismo. Ci vuole ben altro!

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