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Perché le popstar muoiono, e invece i dinosauri del rock sono immortali

I Rolling Stones, Bob Dylan, la ruggine e la questione di un’epoca

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

1 Gennaio 2017 alle 06:00

Bob Dylan

Bob Dylan (foto LaPresse)

"La ruggine non muore mai” era il cartello di un ferramenta, o di un servizio di manutenzione, che campeggiava in una strada di Akron, Ohio. Doveva diventare un verso immortale, perché faceva rima con “Hey hey, my my / rock and roll can never die”. La ruggine è il peggior nemico del rock, e del pop, per tutti quelli che hanno mancato l’appuntamento con l’antiruggine dell’immortalità. Non è colpa loro, l’antiruggine degli dèi appartiene a un’epoca, precisa, ma è questione del caso. Gli Stones, per celebrare i loro cinquant’anni di carriera, hanno registrato un album di cover di blues. “Blue & Lonesome” è balzato in due giorni al primo posto in classifica di tutte le classifiche del mondo. Il giorno in cui Mike Jagger trasvolerà in un’altra dimensione, solo gli stolti scriveranno “morto”. Nessuno sarà sfiorato dal pensiero, lui è già immortale. Un perché parziale lo ha spiegato Keith Richards, pertiene alla qualità di essere sopravvissuti a se stessi, al tempo che era stato concesso, e pure alla propria musica.

 

Ma non è solo questo. Bob Dylan ha vinto il Nobel per la Letteratura, premio inutile, perché sancisce un’esistenza eterna già guadagnata nella neghittosità esibita di una vita corporale. Roger Waters può dare del maiale ignorante a Trump e i Pink Floyd riunirsi solo per le cause filopalestinesi. Ma i Pink Floyd possono dire e fare ciò che vogliono, sono immortali e nulla li può scalfire. Tutto questo non è accaduto né accadrà alle rockstar e popstar dell’epoca a venire, l’epoca che è la nostra. Paola Peduzzi dice che è il brontolio risentito della mia generazione. Ma non sono così vecchio, non c’è nulla di personale, gli immortali sono i miei fratelli maggiori. La faccenda è altra, e non è la solita belinata autoaccusatoria-autoconsolatoria dei nani sulle spalle dei giganti. Non è nemmeno questione dell’immensità dei talenti, poiché a qualcuno venuto subito dopo (e a qualcun altro che verrà) sarà garantito l’ingresso nel Nirvana hall of fame, che però è cosa diversa. David Bowie non è morto, è transumanato, come avrebbe detto Pasolini, o Dante. E’ probabile che Springsteen non sia un immortale, perché è un highlander, condannato per l’eternità a quattro ore di concerto vitalistico ogni sera. Il problema non è neppure che – morto un George Michael, morto un Prince – si dissolva qualcosa di un’epoca che si chiude.

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E’ un’arte antica, ritualizzata in secoli di civiltà, presente in tutte le culture, e non per caso. Il panegirico dice le lodi di una vita illustre, la laudatio funebris dice il bene di un estinto. Tra i due generi, non solo perché sempre di lode si tratta, esiste un legame sottile, misterioso, nobile, che è poi quello tra la vita e la morte.

Il problema è che quest’epoca venuta seconda, la nostra, era umana, troppo umana. Elvis è vivo per contratto, quindi va lasciato fuori dal mazzo. Jim Morrison, Jimi Hendrix, non sono immortali perché chi muore giovane, eccetera, altra belinata. Lo sono perché hanno attraversato la porta del tempo e dello spazio: e non perché abbiano utilizzato qualche chiavistello lisergico, ma perché hanno cambiato il tempo di un tempo che non è stato soltanto musica: loro ne erano la colonna sonora. Un’epoca di rivoluzione (in senso astronomico, eh) del costume, del sociale, del politico, del sesso. Dell’estetica, soprattutto. La più grande rivoluzione (astronomia) planetaria, o se volete la più grande spalmata di marmellata o vaselina che l’occidente abbia conosciuto dai tempi della tracimazione napoleonica in Europa. E infatti non bastarono cinquant’anni di Restaurazione per restaurare il mondo com’era, e infatti Napoleone è un Immortale al di là dei suoi demeriti. E infatti ancora oggi è pieno di bonapartisti che si credono immortali.

 

Poi è venuto il tempo normale. Il tempo in cui la rivoluzione è stata la globalizzazione, ma senza una Grande Idea né una grande colonna sonora. Il tempo in cui la musica è diventata consumo, il rock è ridiventato pop, la psichedelia è diventata dance. In cui si è sentita anche molta buona musica, ma di un’altra epoca, perché mancavano la grazia e l’hybris. Un’epoca che ancora non è riuscita a fare i conti con il lascito estetico (culturale) degli immortali, e ci prova ancora adesso. Con un po’ di Trump, un po’ di fake news, un po’ di musica, un po’ di dolore, un po’ di stelle cadenti del rock e del pop. 

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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