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Oh capperone! Quando l’Italia fascista litigava con gli “orridi francesismi”

Il dizionario di Meano e le risate da sovranismo della moda

17 Febbraio 2019 alle 06:00

Milano. Siamo moderatamente sicuri che, essendo cadute in disgrazia le pellicce, anche in questi giorni di guerra diplomatica fra Italia e Francia non sentiremo parlare di nuovo di topi muschiati, cioè di pantegane, al posto del francese rat musqué. Una nuova autarchia lessicale ci sembra un rischio remoto, e poi il francese non si studia quasi più. Però, in caso voleste procurarvi una copia del “Commentario Dizionario Italiano della Moda di Cesare Meano”, pubblicato nel 1936, premiato dal Minculpop nel 1938, in cui si suggerivano le traduzioni alle parole entrate nell’uso comune come chaperon, dormeuse o renard, vi basterà cercare con un po’ di attenzione fra le bancarelle di Porta Portese o da un certo rigattiere antiquario di libri che gravita fra Chiavari e La Spezia, specialista di militaria e pubblicazioni fasciste.

 

Il Dizionario costa relativamente poco, circa 30-35 euro, perché venne stampato in decine di migliaia di copie, per favorirne la massima diffusione. Meano aveva un compito preciso: far sparire gli “orridi francesismi”, insieme con una cultura democratica che, sebbene non fosse proprio millenaria come oggi dice Di Maio, era comunque abbastanza potente da instillare il germe della ribellione all’assolutismo in tutta Europa. Compresa la Napoli del nostro Di Maio dove, come tanti radical chic sanno, la rivoluzione del 1799 finì in episodi di cannibalismo e con la povera Eleonora de Fonseca Pimentel impiccata senza mutande e con la camiciona larga, per gaudio del popolo e della sua ferocia.

 

Il Commentario Dizionario pubblicato nel 1936 aveva scopi in apparenza miti, ma in realtà puntava in alto, cioè a scalzare una volta per tutte dalle zuccone disfattiste e dalle riviste di moda “inchinate a Parigi” l’idea che gli usi e i costumi francesi fossero preferibili ai nostri, e le sartorie di rue Boissy d’Anglas o di rue Cambon di livello infinitamente superiore a quelle di via Durini a Milano o di via Po a Torino. Dunque, se alle sartorie veniva imposto l’uso di “bellezze nazionali” alte al massimo un metro e sessantacinque per 65 chilogrammi, alle riviste e alle famiglie veniva suggerita una neolingua, spesso malamente o ridicolmente tradotta dall’idioma d’Oltralpe.

 

Ma se si poteva ridere dello chaperon tradotto in “capperone”, su certe definizioni di origine mista e dalle quali gli infiniti legami fra la cultura italiana e francese balzavano all’occhio, la faccenda si faceva spinosa. Prendete per esempio il sostantivo maschile “pantalone”. Meano suggeriva di usare al suo posto “l’italianissima definizione di calzone”. Ma il pantalone indicativo francese di indumento maschile in realtà si riferiva, in sineddoche, alla maschera veneziana di Pantalone, personaggio principe della Commedia dell’Arte che, dal Rinascimento in poi, aveva allietato le corti di Francia, e che a sua volta era un alterato di “Pantalemene”, dal genitivo greco “pantos”, tutto, ed “elemon”, misericordioso: insomma indicava un brav’uomo dalle tasche ampie, secondo i termini che anche adesso Matteo Salvini evoca (“paga Pantalone”).

 

Districarsi fra millenni non di democrazia, ma di storia congiunta e di acconciature scambiate per lettera e a mezzo di bambole di legno, le Pandore, era insomma difficilissimo. I francesismi più o meno orrendi ammantavano però di grazia certe vomitevoli realtà che l’autarchia rese evidenti. Blindate oltre confine le pellicce di lusso, di origine russa, canadese, americana, i sarti fascisti, con i loro estensori lessicali, dovettero infatti rendere attraenti quel che si trovava in Italia e nel suo povero impero. Spariti i renard, i chinchilla, i visoni, rimanevano il lapin, che ancora ancora si poteva tradurre in coniglio senza sentirsi torcere le budella, e poi tutta l’infinita schiera di topi, ratti, gatti, cani eritrei che, all’improvviso, diventarono desiderabilissimi, elegantissimi, profumatissimi. “Donne, fate contenti i mariti”, e vestitevi di lanital e scarpe di cartone pressato. Il filato di caseina, in effetti, è tornato da poco di moda. Si spera però che fra i cascami della Brexit non si finisca per litigare anche con Theresa May. Per l’esecutivo gialloverde, dover rinunciare allo “speech che ho parlato ad Harvard” potrebbe essere un brutto colpo.

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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