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Le imprese italiane del lusso vanno alla grande. Ma è meglio non festeggiare

L’Italia è il primo paese in termini di presenza nel settore più redditizio del mercato mondiale dei consumi. Le sfide che attendono il made in Italy però non sono poche

22 Maggio 2018 alle 18:29

Le imprese del lusso italiane vanno alla grande  ci sarebbe di che festeggiare. E invece tocca preoccuparsi.

Via Condotti. Foto LaPresse

La notizia in poche righe: l’Italia è il primo paese al mondo per quantità e qualità delle imprese del lusso. Nella classifica Deloitte Global Powers of Luxury Goods 2018, diffusa sulla base delle vendite consolidate 2016, il paese che si appresta a varare il suo primo governo saldamente populista e dunque sommamente schifiltoso nei confronti di chi produce bellezze costose e magari desidera mettersele addosso, piazza 24 aziende nella top 100, classificandosi primo in termini di presenza nel settore più redditizio del mercato mondiale dei consumi.

 

Produciamo bellezza che piace: con Luxottica al quarto posto, Prada al diciannovesimo e Giorgio Armani in ventiquattresima posizione, riusciamo perfino a tenere testa ai tre gruppi leader mondiali, LVMH, Kering e Compagnie Financière Richemont, che peraltro possiedono una buona parte delle nostre aziende della moda di alta gamma come Gucci, Loro Piana, Bottega Veneta, Fendi, Bulgari e Ynap e che comunque qui producono, generando lavoro, va da sé.

  

In Italia, di moda e affini vivono settecentomila persone, e un numero corrispondente di famiglie. Gli ultimi anni di impegno del governo e in particolare del ministero dello Sviluppo economico nella promozione dell’export hanno portato a ottimi risultati in termini assoluti (ormai il settore sfiora i 98 miliardi di euro), ma anche singoli. Siamo diventati anche il paese a più sostenuto tasso di crescita, posizionando sei società su venti fra le “fastest growing companies”, fra cui Valentino e Furla. Insomma, ci sarebbe di che festeggiare. E invece tocca preoccuparsi. Sembra banale ripeterlo, ma incertezza politica e tensioni sociali fanno malissimo alla moda e ai gioielli di cui campiamo e che ci aiutano ad apparire meno "trucidi" all’estero, anche a Bruxelles.

   

“Se la crescita totale del mercato globale in futuro sarà a doppia o singola cifra questo dipenderà da molte variabili, inclusi i fattori geo-politici e il loro impatto sul turismo” dice Patrizia Arienti, Deloitte Emea region Fashion&Luxury leader. Nonostante l’incertezza degli ultimi anni, alla fine del 2017 il lusso ha toccato il trilione di dollari di fatturato. Un ulteriore sviluppo positivo ha però bisogno di condizioni ben precise. Vogliamo chiamarle serenità e sostegno politico reale? “Il fatto che nella top ten un’azienda su cinque sia italiana dimostra che il made in Italy è ancora un fattore competitivo di successo a livello globale” aggiunge Arienti. Ma le sfide che lo attendono non sono poche, e non sono solo legate alla produzione o alla capacità di generare strategie di business alternative: abbiamo bisogno delle opportunità e delle condizioni per crescere anche per un altro motivo.

   

Siamo bravi, ma siamo ancora relativamente piccoli: il perimetro medio delle nostre aziende è pari a 1,4 miliardi di dollari, contro i 5,8 miliardi delle realtà francesi e i 3,4 miliardi di quelle americane (LVMH e Ralph Lauren, per intenderci). Sì, registriamo migliori performance rispetto alla Spagna, alla Germania e al Regno Unito, ma dobbiamo sempre ricordarci che l’Italia, al contrario degli altri tre competitor, vanta una filiera produttiva completa e relativamente solida e che dunque possederebbe tutte le caratteristiche strutturali per crescere. Non riusciamo o, per meglio, dire, fino ad oggi non siamo riusciti a farlo abbastanza per le note ragioni: costo del lavoro, burocrazia e – fino a due anni fa – scarsissima fiducia e sostegno della politica nel settore. Questo ci ha reso facili prede, talvolta anche desiderose di esserlo: conoscete il copione perché negli ultimi vent’anni chi scrive di economia di moda ha sostanzialmente fotocopiato lo stesso articolo una trentina di volte (“un altro gioiello del made in Italy che non abbiamo saputo difendere”) e altrettante volte chi l'ha letto ha scosso la testa dicendosi che, tutto sommato, sempre di vestiti si trattava. E invece no. Ricordate: noi vendiamo bellezza e tutto ciò qui va avec: cultura, turismo, charme.
 

Fabiana Giacomotti

Fabiana Giacomotti

Milanese, ha vissuto un po' qui un po' là, parecchio a Londra. Era partita con l'idea che la letteratura francese sarebbe stata la sua vita, tanto da mantenersi agli studi come annunciatrice tv per non darla vinta al padre che voleva in casa almeno un altro medico e lei era l'ultima speranza. Ancora adesso non ha capito come sia diventata giornalista di economia e poi di costume e moda. Fra gli Anni Ottanta e i primi Novanta ha lavorato per Espansione, il Giornale, ItaliaOggi, quindi è stata inviato speciale per il Mondo, IoDonna, Capital, per il primo decennio Duemila in successione vicedirettore di Amica, direttore di Luna e, in contemporanea, del quotidiano MfFashion. Ama alla follia la carta stampata e collabora a Il Foglio dal 2007. Nel frattempo ha progettato ("direzioni mai più grazie") un paio di altre riviste, collabora con l'Istituto dell'Enciclopedia Italiana, ha scritto libri, guide popolari tradotte all'estero, saggi ponderosi ma anche no (l'ultimo, "La moda è un mestiere da duri. Gli anni Duemila del lusso italiano visti dietro le quinte", Rizzoli, raccoglie una selezione di articoli scritti per l'inserto del Foglio del sabato con un nuovo saggio introduttivo). Ha curato mostre di moda e costume per istituzioni varie e "tutte interessanti" come i Musei Civici di Venezia, la Rai, Palazzo Morando a Milano. Dal 2005 è tornata in università come docente del corso di Scienze della Moda e del Costume alla Sapienza di Roma dove, come poteva farselo mancare, ha progettato una testata online e un sistema informativo dedicato agli studenti. Ha una figlia trentenne, Federica, account pubblicitario, di cui va tremendamente orgogliosa e che si ostina a chiamare "bellapopina", facendola imbufalire.

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