Tra unioni civili e ripresa. Il mondo della moda in ansia per il 4 marzo

La stampa, gli stylist e gli operatori del settore si preparano a tornare tutti da Parigi per votare. Nessuno intende disperdere quel suo unico voto

22 Febbraio 2018 alle 21:27

Tra unioni civili e ripresa. Il mondo della moda in ansia per il 4 marzo

Un'immagine della sfilata di Fendi (foto LaPresse)

E all’improvviso, mentre si attende l’arrivo di Karl Lagerfeld e di Silvia Venturini Fendi nel backstage della splendida collezione Fendi inverno 2018, rivisitazione contemporanea dei tagli Anni Quaranta in principe di Galles e stivali texani, nasce un dibattito attorno alla possibilità costituzionale che la coalizione di centrodestra tenti di annullare la legge Cirinnà se dovesse vincere le elezioni.

 

Il backstage della sfilata di Fendi (foto Fabiana Giacomotti)    

 

Un paio di settimane fa, la senatrice Pd a cui si deve la legge sulle unioni civili, cavallo di battaglia di Giorgia Meloni che ha più volte promesso al proprio elettorato di volerla abolire in nome della cosiddetta famiglia tradizionale, ha dichiarato che il fondamento costituzionale della legge sulla sentenza della Corte Costituzionale 138/2010 in materia di unioni civili e coppie di fatto la pone al riparo dai tentativi di smantellamento, al punto che la raccolta di firme più volte agitata dalla Meloni per indire il referendum abrogativo non ha mai avuto luogo.

 

Eppure, e come ovvio, la questione è particolarmente sentita in un settore che, dall’approvazione della legge, ha festeggiato più unioni di qualunque altro. Che nella moda l’omosessualità sia fortemente rappresentata è un dato di fatto, così come la sua apertura a ogni forma di creatività, visiva in particolare. È uno dei pochi settori davvero meritocratici, dove a nessuno importa chi tu sia o con chi tu esca la sera o ti corichi la notte, purché tu sappia esprimere idee nuove e sappia disegnare o produrre cose che piacciono, anche se provocatorie o divisive come l’ultima messinscena di Alessandro Michele per Gucci, la sala operatoria che tanti – non avendo visto la sfilata – hanno preso per un’inesistente “offesa ai malati” e non come rappresentazione di uno spazio mentale.

 

Gigi Hadid per Max Mara 

 

Il delicato legame fra la Cirinnà, i diritti Lgbt e l’allestimento di Michele, con quella spinta provocatoria sull’essere e il divenire (“siamo i doktor Frankenstein delle nostre vite”, ha detto in conferenza stampa), sulle trasformazioni che tutti noi viviamo lungo l’arco della nostra esistenza, arriva in un momento particolarmente delicato per l’Italia, e rinfocola più di un timore, forse mal riposto e forse no. Chi vive “dentro” la moda, tende a farlo in modo totalizzante, convinto che la gente tragga conclusioni affrettate o distorte dalla rappresentazione di una collezione di moda o che ne venga influenzato oltre il desiderio di una camicia o di una t shirt. Di certo, il potere mediatico internazionale di Gucci è tale da riverberare l’immagine dei modelli asessuati con il doppio della propria testa fra le mani e la sala operatoria perfettamente allestita in tutto il mondo e naturalmente anche nei tg della sera; eppure, e sebbene sia improbabile che abbia lasciato un segno forte, di certo ha suscitato una ridda di commenti qualunque sui social, il genere “dove andremo a finire” che molti, a dieci giorni dal voto, forse avrebbero preferito evitare.

 

La moda va in scena quattro volte all’anno, per alcuni due da quando sono state lanciate le sfilate co-ed, maschili e femminili insieme e di cui proprio Gucci è stato portabandiera: questa volta la Fashion Week è capitata in un momento politicamente caldo, ma se i cappotti di orsetto con le frange in mohair di Max Mara saranno certamente uno dei capi più richiesti della prossima stagione, nessuno penserà mai di associarli a un tema socialmente rilevante come accade, invece, con Gucci e in parte con Prada che, pur nel suo modo meno sofferto, più concettuale e meno filosofico-emotivo, continua a lavorare sulla valorizzazione del ruolo della donna, mescolando forme ampie e tessuti tecnici nei colori fluo degli Anni Ottanta con camicie di tutte e grandi fiocchi.

 

“Gli italiani devono decidere in quale Italia vogliono vivere”, osserva ad alta voce il collega ex-Manifesto, fortemente pragmatico, sperando che in questi ultimi giorni di campagna elettorale venga fatta leva sulla ripresa delle attività industriali, più 5 e rotti per cento. C’è la sensazione palpabile che lì fuori, nella sala dove vanno prendendo posto Anna Wintour per una volta priva degli occhiali da sole che ha tenuto con sprezzo di ogni regola di buona educazione anche al cospetto della regina Elisabetta I, la settimana scorsa, e il ceo di Fendi Pietro Beccari che la settimana prossima assumerà la carica di numero uno di Dior, lo standing internazionale dell’Italia sia decisamente aumentato nell’ultimo anno. Piacciamo di più alla gente che piace, e la cosa a noi della stampa vanitosa piace ancora di più. Per questo, la stampa, gli stylist e gli operatori della moda si preparano a tornare tutti da Parigi il 4 marzo, per le poche ore necessarie a depositare il voto nell’urna. Uno non vale uno, ma uno è importante. Nessuno, fra chi scrive di tacchi, di chiffon e della nuova versione della borsa Pekaboo, extra lite, intende disperdere quel suo unico voto.

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