Dove si formano gli attivisti razzialmente corretti

Il laboratorio dove le scuole coltivano una nuova generazione di progressisti

Mattia Ferraresi

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8 Febbraio 2018 alle 06:24

Dove si formano gli attivisti razzialmente corretti

Alcuni bambini della scuola elementare Highlands a Edina

Nella scuola elementare di Highlands a Edina, nel Minnesota, il corpo docenti ha adottato come libro di testo per le prime classi A is for Activist, un abbecedario “scritto e illustrato per la prossima generazione di progressisti: le famiglie che desiderano che i figli crescano in un ambiente che non si vergogna dell’attivismo, della giustizia ambientale, dei diritti civili, dei diritti lgbtq e di tutto ciò in cui gli attivisti credono e per cui combattono”, recita la quarta di copertina. Gli studenti imparano la A di attivista, la F di femminista, la T di Trans, la C di “corporate vultures”, gli avvoltoi delle multinazionali che volano in cerchio sulle nostre teste. Alla scuola materna c’è il “progetto melanina”, una giocosa attività in cui i bambini dipingono mani di diverse tonalità di rosa e marrone e le incollano su un grande poster sotto la scritta: “Smettete di pensare che il vostro colore della pelle sia migliore di quello degli altri! Ognuno è speciale!”. Alla Edina High School, una scuola superiore pubblica della stessa cittadina, gli studenti di quindici anni vengono introdotti, nelle ore di inglese, ai concetti di “colonizzazione, immigrazione e costruzione sociale di razza, classe e genere”; sono i rudimenti necessari per affrontare, l’anno successivo, un corso di letteratura che fra gli obiettivi dichiarati elenca questo: “Alla fine dell’anno, gli studenti avranno imparato ad applicare alla letteratura criteri di lettura marxisti, femministi, post coloniali e psicanalitici”. Perfino gli autisti degli school bus sono coinvolti attivamente nel processo di riconversione dell’ambiente scolastico in una campo di addestramento per i social justice warrior di domani. Di recente hanno partecipato a un corso d’aggiornamento obbligatorio sulla “giustizia razziale” intitolato: “Dalla diversità alla giustizia sociale”. Sono stati istruiti, gli autisti, a mettere lo “smantellamento del privilegio bianco” e a “collaborare a un cambio di paradigma nella mentalità dei bianchi” ai posti più alti nella lista delle priorità professionali, anche prima dei semafori e degli stop. Il corso si è aperto con una rituale ammissione della propria colpa razziale, inizio necessario di ogni percorso di ascesi egalitaria.

 

Non si tratta soltanto di alcune isolate follie del pensiero dominante. La cittadina di Edina è un placido sobborgo a sud di Minneapolis abitato in maggioranza da quella classe medio alta bianca che, con la sua ascendenza scandinava, ha formato la particolare genia di liberal che popola le aree urbane e suburbane del Minnesota. Qualche anno fa i leader del sistema educativo locale, in accordo con gli insegnanti e i sindacati, hanno deciso che era arrivato il momento di cambiare marcia: era necessario passare dal generico rispetto multiculturale all’attiva imposizione di nuovi standard di correttezza che superano a sinistra i sogni di “colorblindness” di Martin Luther King. I piani di studio delle scuole pubbliche sono stati riscritti, sono stati aggiornati i programmi per la formazione degli insegnanti, l’intero piano dell’offerta formativa dalla scuola materna a quella superiore sono stati riorientati a partire dal criterio supremo della “racial equity”, dove “equity” non significa semplicemente uguaglianza: vuol dire che la struttura oppressiva della dominazione bianca, ampiamente interiorizzata, va smantellata a partire dalle fondamenta. Il piano introdotto dal board distrettuale dell’educazione nel 2013 ed esteso a tutte le scuole della città si chiama “All for All” e impone di “interpretare tutte le fasi dell’insegnamento attraverso la lente della racial equity” e vincola l’assunzione degli insegnanti a rigorosi test che dimostrano la loro “coscienza razziale”. Questo, assicurano i responsabili del programma, permetterà alle minoranze oppresse e svantaggiate di distruggere “le barriere radicate nelle costruzioni razziali e nei fraintendimenti culturali”. In questo laboratorio per l’educazione ultrainclusiva, i ragazzi delle minoranze razziali dovrebbero, in teoria, migliorare le loro performance grazie agli standard d’apprendimento rivisti dal board, ma dopo anni si nota appena un lievissimo miglioramento nei test grammaticali degli afroamericani. Quello che invece si nota più facilmente, invece, è la fuga delle famiglie dal sobborgo dell’educazione orwelliana. I primi ad andarsene, ovviamente, sono i neri e gli ispanici.

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