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I Cinquanta e i Novanta: repubblicani e democratici mettono in scena la politica della nostalgia

28 Luglio 2016 alle 06:15

I Cinquanta e i Novanta: repubblicani e democratici mettono in scena la politica della nostalgia

La convention repubblicana è stata un’immersione negli anni Cinquanta, quella democratica è un viaggio negli anni Novanta. Entrambe predicano il verbo immortale della nostalgia. Le kermesse politiche, fra loro diversissime, sono costruite su elementi e personaggi in netto contrasto con l’oggi, paradossalmente interpretato da un uomo di 74 anni che offre parole d’ordine marxisteggianti a una folla giovane in cerca di una “rivoluzione politica”, qualunque cosa voglia dire. Il lungo racconto che Bill Clinton ha fatto per illustrare la “real” Hillary è un inno che proviene da un’altra epoca, a partire proprio dalla lunghezza, che pertiene al registro comunicativo degli anni in cui era presidente. Ha fatto una cronologia dettagliata, procedendo quasi anno per anno in questa agiografia amorosa, e sfondando abbondantemente il muro della noia per un pubblico che ha la testa programmata sull’agilità delle serie tv e le arguzie dei tweet. 

 

Quattro anni fa aveva fatto una specie di Ted Talk per conto di Obama, format efficacissimo che ha dato vigore a una campagna che non stava attraversando il suo migliore momento, e poi è finita con una vittoria schiacciante. Allora era un venerato attore, non il regista. Ora, nella convention della tribù clintoniana, si torna a formule conosciute e a volti di sicuro effetto, con un apparato scenografico che riporta agli anni prosperi e internazionalisti del governo democratico che aveva proclamato la fine della storia e applaudito il trionfo dell’ordine liberale. Sul palco salgono tanti veterani dell’epopea clintoniana, da John Podesta a Terry McAuliffe, l’immortale senatore Chuck Schumer gongola, Michael Bloomberg torna ai suoi anni democratici, ma tutti i protagonisti sono più raggrinziti e fragili di come sono rimasti impressi nella memoria collettiva quando erano in auge. Oggi sono al secondo turno della popolarità, forse anche alla terza. Elizabeth Banks, sulla quale si rimane a corto di aggettivi quando si presenta sul palco, è un’immagine eterea, ma non è un’eroina generazionale, e pure Lena Dunham, che invece eroina millennial è a pieno titolo, sceglie parole d’ordine dal vocabolario del femminismo di seconda generazione. I giovani del Wells Fargo Center sono per la maggior parte con Bernie, e pure i ragazzi afroamericani che si commuovono per le madri dei neri uccisi dalla polizia che parlano sul palco insistono che Bernie interpreta meglio di lei i loro desideri.

 

Il popolo repubblicano di Cleveland, invece, era uno spaccato dell’America bianca delle “small town”, nostalgica di una grandezza economica perduta, legata soprattutto al settore manifatturiero, che è la quintessenza della capacità produttiva dell’America. La paura degli immigrati messicani, dei terroristi islamici, dei competitor cinesi infusa abbondantemente dal candidato sembrava tratta dalla narrazione politica anteriore ai civili diritti, quando l’America bianca coltivava ancora esplicitamente certi semi del pensiero nativista piantati quasi un secolo prima. Era il paese del boom economico, dell’esplosione suburbana, della morigeratezza dei costumi, dell’ottimismo dominante e della segregazione, un’epoca dominata dalla paranoia anticomunista e che si stava gettando a capofitto nella Guerra fredda. Qualcuno ha scherzato dicendo che alla convention di Cleveland, città militarizzata per timore di violenze, prima di andarsene i partecipanti hanno fatto il loro “duck and cover”, l’esercitazione che gli scolari facevano per raggiungere i rifugi antiatomici in caso di attacco.

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