Era una notte buia e tempestosa

Bangkok, Phnom Penh: le città del Sud-est asiatico sono scenario perfetto per i narratori di trame oscure. Come nei libri di Lawrence Osborne. Ma forse non sono solo stereotipi

18 Settembre 2017 alle 15:29

Era una notte buia e tempestosa

“It was a dark and stormy night”, “Era una notte buia e tempestosa…”. E’ l’incipit dei racconti che Snoopy, il bracchetto di Charlie Brown, batteva a macchina sopra la sua cuccia. E’ talmente famoso da aver fatto dimenticare il suo primo autore, Edward Bulwer-Lytton, che nel 1830 iniziava così un melodrammatico racconto.

 

Quell’incipit reiterato da Snoopy è ormai divenuto l’allegoria di una storia drammatizzata sino all’eccesso. In alcuni casi coinvolge l’autore sino a divenire una vera e propria sindrome. Si manifesta come una perversa seduzione per tutto ciò che è ambiguo, sordido, in penombra. Crea dipendenza. Ovunque si vada, si cercano disperatamente situazioni che inducano quel brivido esistenziale. Si perde il quadro generale in cambio di uno scorcio. Poi si comincia a credere che quello sia il mondo. Qualcuno ci si smarrisce: da quella notte buia e tempestosa non riesce a uscire a riveder le stelle. Colpisce più di frequente chi bazzica giungle tropicali e metropolitane, luoghi dov’è facile sentir pulsare quel cuore di tenebra che, strappato a Joseph Conrad, si è mummificato in un feticcio.

 

Accade allo scrittore inglese Lawrence Osborne. Otto anni fa ha raccontato una Bangkok, che è “solo questo, il protocollo di una caduta”, dove si respira una “putrefazione selvaggia”, tra “sbuffi di basilico rancido e marijuana fredda” mentre “il fiume scorre limaccioso e violento”. E’ la Bangkok di molti fotografi e scrittori che inseguono il lato oscuro della città. Per farlo non c’è bisogno di spostarsi a Khlong Toei o Bang Sue, gli slum (raggiungibili in metropolitana). Basta cedere agli stereotipi di quella che nell’immaginario occidentale è la città degli equivoci. “Il posto ideale per darsi alla macchia, per sparire. A Bangkok si arriva quando si sente che nessuno ci amerà più”, ha dichiarato Osborne in una recente intervista. E’ la stessa città che fa da scenario a Bangkok Dangerous, film del 2008 con Nicola Cage che interpreta un killer incaricato di assassinare un uomo politico thai.

Lo scenario si fa ancor più “pericoloso” in City of Ghosts, film del 2002 diretto e interpretato da Matt Dillon, storia di un giovane truffatore newyorkese che si rifugia in Cambogia. In un certo senso è la stessa storia di Cacciatori nel buio, l’ultimo libro di Osborne. Un romanzo, in questo caso, che racconta le avventure di uno dei tanti espatriati occidentali che “cacciano nel buio”, cercando la felicità in un mondo che di solito li trascina alla deriva. “Sembra che gli stranieri vengano qui apposta per morire” dice uno dei suoi personaggi. Ma, come ha dichiarato Osborne: «Andare alla deriva, sapendolo, è una possibilità seducente».

Nel libro si ritrova tutto l’immaginario che ha trapiantato in Cambogia il cuore di tenebra, pulsante in uno dei peggiori bar del Sud-est asiatico, l’Heart of Darkness di Phnom Penh (oggi soprattutto ritrovo gay). Tra magie nere e khmer rossi si materializza l’Orrore declamato da Marlon Brando nei panni del colonnello Kurtz di Apocalypse Now. E ancora una volta tutto ciò si trasforma in seduzione.

Tra solitudine, tradimenti, inganni, illusioni, lento declino morale, siamo in piena atmosfera conradiana. E così, lentamente, ci siamo lasciati contagiare dalla sindrome della notte buia e tempestosa. Forse perché il nuovo libro di Osborne, a differenza del precedente, è un romanzo: poco a poco, complice una scrittura suggestiva, si perde il contatto con la realtà, non si cercano corrispondenze con le proprie esperienze. Poi, riflettendo, si ha come la sensazione che la trama nasconda altre trame, che la realtà sia davvero romanzesca.

 

“Sono tempi pericolosi in Cambogia” ha detto Sebastian Strangio, giornalista che vive a Phnom Penh. Secondo molti osservatori internazionali, infatti, il governo del primo ministro sta accelerando la sua “discesa verso una dittatura completa”. In vista delle elezioni del 2018 il governo sta dando “un giro di vite” all’opposizione, con arresti, denunce e minacce a giornalisti e operatori delle Ong. Il caso che ha fatto maggior scalpore, anche a livello internazionale, è l’arresto di Kem Sokha, leader dell’opposizione, accusato di tradimento quale artefice di un complotto, con la complicità di un gruppo straniero, per rovesciare il governo.  Sembra si stia ripetendo quanto accaduto nel gennaio 2014 (che, credo, sia lo sfondo di una delle scene del romanzo di Osborne), subito dopo le elezioni dell’anno precedente, quando le forze di sicurezza aprirono il fuoco sui dimostranti in Veng Sreng Street, là dove si concentrano le fabbriche di abbigliamento. Furono uccise cinque persone e dozzine ferite.

 

Mentre rifletto sulla pericolante democrazia cambogiana, che secondo alcuni commentatori locali non è in pericolo semplicemente perché non è mai esistita, mi arriva una mail da un amico che vive in Cambogia da quasi quarant’anni. Arrivato là al seguito delle truppe vietnamite, è un personaggio che ricorda un po’ quelli di Osborne: come animale domestico ha uno sciacallo asiatico. Mi scrive: “anche se penso che in Italia a nessuno importi molto di quello che accade in Cambogia, nella eventualità tu dovessi scrivere qualcosa sull'arresto del leader dell’opposizione, ti allego due brevi note al riguardo. Fanne l’uso che credi”.

 

La prima nota è un profilo di Kem Sokha, in cui si afferma che ha “sostenuto clandestinamente il Cambodian Freedom Fighters (Cff), un gruppo paramilitare anticomunista costituito per resistere all’occupazione vietnamita” (occupazione che, va ricordato, aveva liberato il paese dal dominio dei khmer rossi). La seconda nota riguarda Chhun Yasith, il fondatore del Cff, un cambogiano cittadino statunitense. Tratta dal sito ufficiale dell’Fbi e datata 22 giugno 2010, comunica la condanna a vita di Chhun Yasith per aver violato il Neutrality Act, “organizzando una spedizione militare contro una nazione con la quale gli Stati Uniti sono in pace”. La sentenza si riferisce al tentato colpo di stato in Cambogia nel novembre del 2000.

 

Probabilmente anche quella sentenza faceva parte del pivot to Asia di Obama, una politica per riguadagnare terreno sul fronte asiatico. Nonostante tutti gli sforzi, però, oggi la Cambogia gravita sulla Cina. E’ solo l’ennesima mossa di una partita che si gioca da quasi 65 anni, dal 9 novembre 1953, il giorno dell’indipendenza. Più che un Cuore di tenebra, la Cambogia sembra la tessera centrale di un domino.

 

A questo punto la trama di Osborne non appare così romanzesca. Una cosa sembra sicura: sarà una notte buia e tempestosa.

Massimo Morello

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