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Come fare bella figura senza necessariamente sapere quel che si dice

Racconti di formazione

Ogni generazione ha i propri, che sono sempre meglio di quelli delle altre. Ecco perché bisogna avere sempre qualcosa da dire in merito

26 Ottobre 2018 alle 06:18

Racconti di formazione

• Avere cercato invano di spiegare a un ragazzino di diciotto anni la struggente bellezza di Space Invaders. Averne rimediato solo uno sguardo di commiserazione per l’incipiente senilità.

 

• Rievocare i tempi in cui il martedì e il sabato si tornava a casa da scuola di corsa, per non perdere l’appuntamento delle 13 con “Eroi di cartone” o con “Oggi le comiche”. Solo se si è in grado di tollerare lo sguardo di cui sopra.

 

• Avere tentato di introdurre il nipotino di otto anni al fascino dei “Tre moschettieri” e de “L’isola del Tesoro”. Di fronte al palese disinteresse avere indagato ottenendo la risposta “Ma sono noiosi!”. Di seguito averlo visto sfoderare Topin Hood di Gerolamo Stilton. Avere pianto sommessamente nel bagno.

 

• Davanti a un millennial mai reggere lo smartphone con una mano e digitare con l’indice dell’altra, bensì usare solo i pollici, anche a prezzo di scrivere “Ci vedimo allr 132.15 davanti all’ampliofoga. Ciap.” Chi vi ama capirà il vostro dramma.

 

• Ricordare che una volta i film di Walt Disney uscivano solo sotto Natale e se eri fortunato riuscivi a capire come finiva “La carica dei 101” in due o tre Natali, assemblando mentalmente i rari pezzi del film trasmessi dalla tv.

 

• Rifiutarsi di cadere nel solito cliché del si stava meglio quando si stava peggio. In ragione di ciò tentare di appassionarsi alle avventure dei Power Rangers, ma rompersi irrimediabilmente le balle. Fare dolenti considerazioni.

 

• Cercare inutilmente un terreno comune con i propri nipoti citando con competenza episodi di Ufo Robot Goldrake o cantando la sigla italiana di Lady Oscar, ma affogare in un mare di incomprensione.

 

• Ehiii! Siamo tutti figli di Happy Days. Convenirne.

 

• Da piccoli essersi visti regalare ben tre copie di “Cuore” da altrettante zie. Ricordare soprattutto un’edizione extralusso con illustrazioni raccapriccianti. In “Sangue romagnolo” la scena del malfattore che tiene la testa del ragazzino tra le ginocchia per poterlo strangolare se avesse gridato ha turbato i vostri sogni ben oltre l’adolescenza. Deplorare.

 

• Non avere mai sopportato Pinocchio di Carlo Collodi (lugubre e reazionario), Senza famiglia di Hector Malot (disperante e classista), Cipì di Mario Lodi (coglione e coglione). Arabescare.

 

• Avere scoperto Thyl Ulenspiegel nella riduzione televisiva di Paolo Poli. Averlo amato.

 

• Le raccolte dei Classici di Walt Disney hanno segnato per sempre l’infanzia di più di una generazione. Ricordare ancora alcune scene di “Paperin furioso” o di “Paperino e il tesoro di Papero Magno”.

 

• Provare ancora un autentico sgomento pensando a “Gustavo”: una serie ungherese a cartoni animati della Pannonia film che ha imperversato in tv negli anni Settanta. Chi è stato ragazzino all’epoca, se chiude gli occhi può ancora rivederne dei flash. Farlo con cautela perché è vagamente psicotropa.

 

• Evitare di fare affermazioni giurassiche come: “Quando ero bambino io non c’era la Playstation”.

 

• È consentito rievocare con nostalgia i vari Risiko, Monopoli, Scarabeo, Paroliamo, purché non si pensi neppure per un istante di riproporli per una sera: le nuove generazioni reagiscono malissimo e voi ne ricavereste solo frustrazioni.

 

• Raccontare di Belfagor, una serie televisiva francese della metà degli anni Sessanta su una misteriosa divinità assira che girava nottetempo per il Louvre terrorizzando un’intera epoca. Ricordare che a casa vi mandavano a letto, giacché la consideravano inadatta all’infanzia, ma voi trovavate il modo di sbirciarla attraverso lo specchio dell’armadio. Resistere alla tentazione di recuperare il dvd per rivederla oggi: inguardabile.

 

• Ognuno di noi ha un ricordo sbagliato dell’infanzia. Sai perché diciamo sempre che era l’età più bella? Perché in realtà non ce lo ricordiamo più com’era! (Bruno Cortona ne “Il Sorpasso”)

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