"Io cerco sempre una finestra per far passare la luce"

Annalena Benini

Valeria Parrella si tuffa in mare e poi racconta la vita con l'armatura invisibile addosso: “Tutte le volte in cui ho avuto paura di qualcosa nel mondo: la malattia di mio figlio, la malattia di mia madre, ho sempre sentito che ce la facevo”

Arrivo da Valeria Parrella a Posillipo e guardo Palazzo Donn’Anna che sovrasta il mare, la casa tagliata nel tufo da cui il protagonista di “Ferito a morte” di Raffaele La Capria si tuffava a nuotare, a prendere la spigola con il fucile, il balcone da cui La Capria si tuffava. E Valeria Parrella, che qui al Bagno Elena ha portato un cappello di paglia anche per me, un asciugamano anche per me, indica dalla spiaggia questo palazzo meraviglioso e dice: “Perché dovrei volere andarmene da Napoli? Tutti volevano scappare mentre io sognavo di venire a viverci, qui ho tutto quello che mi nutre”. E’ un giorno normale ed è ancora mattina, i bambini occupano la spiaggia, e noi prima di accendere il registratore facciamo il bagno: Valeria Parrella si tuffa e poi mi mostra la sagoma di Procida, la sua isola preferita, e di Capri, e racconta che è cresciuta nel salernitano, dove i suoi genitori avevano deciso di lavorare, ma ogni settimana veniva a Napoli a trovare sua nonna e aspettava quel giorno con desiderio e quel giorno scoppiava di gioia perché andava nel posto in cui si sentiva a casa. Il posto in cui è diventata una delle più importanti scrittrici italiane, il posto in cui è nato suo figlio Andrea. “Ho cominciato a scrivere a sei anni, quando mi sono composta la mia personale poesia di Natale: ne avevo una da imparare a memoria e non mi piaceva, i miei genitori erano liberi ma anche normativi e mi dissero: non importa se non ti piace, te la devi imparare lo stesso, io dissi: allora me ne scrivo una per me, e loro: bene, te ne devi imparare due, e io così ho fatto, e ho declamato questa poesia in piedi, davanti a tutti i cugini, in una casa bellissima nel centro storico di Napoli. Ero felice. A otto anni, poi, mi regalarono un cofanetto di Liala, era una trilogia, il primo era Lalla, il secondo Dormire e non sognare, il terzo: Lalla che torna. Io rimasi incantata da Lalla che torna, dicevo: ma che titolo meraviglioso, allora si può mettere anche un che in un titolo, mi sembrava meraviglioso che un titolo non dovesse essere soltanto: L’isola del tesoro e Piccole Donne, significava che Lalla andava, succedeva qualcosa e poi perfino tornava. In quel ‘che’ c’era un mondo che mi entusiasmava. Da quel momento in poi ho girato credo tutta la vita per casa immaginando titoli, pensando: quando scriverò un romanzo lo titolerò così. Non scrivevo romanzi, ma ogni giorno per vent’anni ho scritto almeno un titolo. E’ un po’ buffo pensare che il primo mio titolo poi è stato ‘Mosca più balena’”. Che è l’esordio di scrittrice per minimum fax, quasi quindici anni fa: sono sei racconti fulminanti e febbrili, moderni, con le fattucchiere, le comari, i camorristi, le ragazze molto diverse dalle ragazze di Liala. “Ho capito che i miei racconti valevano qualcosa all’università, io ho studiato Lettere classiche e seguivo un seminario il pomeriggio di Letteratura contemporanea, che era una vergogna per noi che dovevamo diventare professori di Greco, ma mi piaceva troppo e mi feci anche piacere tre di questi assistenti alla cattedra, mentre i miei compagni di seminario si fotocopiavano i miei racconti. Capii anche su quale dei tre assistenti avrei fatto breccia, dopo che lessero i racconti: uno fu molto gentile ma non disse niente, un altro disse: ma è un capolavoro, il terzo disse: quanto sei ottocentesca quando scrivi, e io capii che era lui che mi piaceva di più. Questo si chiama deuteroapprendimento: quando sei all’università, mentre capisci che cosa potrai fare del tuo talento, della tua propensione, contemporaneamente cominci a capire altre cose della vita”. Mentre Valeria Parrella racconta con allegria dei tre assistenti all’Università io penso ad Amanda, la protagonista del suo ultimo libro, “Enciclopedia della donna, aggiornamento” (Einaudi), “Amanda è molto più libera di me”, dice Valeria Parrella, e Amanda quando entra in una stanza ha questo radar negli occhi che le serve a capire con chi, fra gli uomini presenti, potrebbe andare a letto. Ma questo radar funziona, per deuteroapprendimento, anche in letteratura: serve a guardare il mondo e a prenderne le cose per scrivere, serve ad aprire i file nel cervello e metterci la signora che adesso davanti a noi sta gridando dentro il telefono, e il bambino che ci fissa mentre parliamo, il radar accende qualcosa che poi bisogna costruire, è un sensore.

    

“Io penso a penna e scrivo al computer – spiega Valeria Parrella – penso continuamente appunti che non prendo quasi mai, mi sono data questa legge nel tempo: quando sto davanti al computer, il non aver preso appunti mi dà un filtro di essenzialità, perché se mi dimentico delle cose vuol dire che non sono essenziali, e se non sono state essenziali per me perché dovrebbero esserlo per un lettore? I miei appunti, insomma, sono quelli che filtra la mia memoria. E mi dispiace, a volte perdo cose che in quel momento mi sembrano geniali, ma forse era semplicemente il bicchiere di vino che me le faceva sembrare stupende. Prima di scrivere ci penso almeno sei mesi, devo arrivare a un livello di esasperazione: scrivo gli articoli per i giornali, la mia rubrica di libri, il racconto per l’antologia, vado a fare le presentazioni, faccio il volontariato, faccio la madre, poi a un certo punto impazzisco: basta, mi sono rotta le palle. Non sopporto più nessuno, non sopporto più nemmeno mio figlio Andrea, e devo per forza scrivere. A quel punto sono passati sei mesi dall’idea iniziale del libro e in quel tempo io in realtà dentro la testa ho scritto a penna, tanto che tra la mia prima versione di un libro e le altre c’è sempre pochissima differenza. Scrivo dalle sette e mezza del mattino alle due e mezza del pomeriggio, mi alzo per fare pipì e per mangiucchiare qualcosa (Valeria Parrella ha un corpo bello dentro il costume da bagno nero, i capelli bagnati, il sole in faccia e un cappello di paglia uguale al mio, che è suo). Oppure vado a Procida con la mia famiglia e non mi porto il computer apposta per non scrivere in vacanza, ma vedo qualcosa che mi commuove e mi fa incazzare, prendo l’iPad di mio figlio e scrivo un racconto di dieci pagine, che il giorno dopo potrei mandare in stampa”. Questa esasperazione evidentemente esplode spesso, perché Valeria Parrella pubblica racconti, romanzi, lavori per il teatro, non si ferma mai a lungo. “Lo faccio perché ho proprio bisogno di vedere che cosa era quello che avevo addosso, e perché prendo forza quando pubblico. Finché quella cosa sta dentro di me io so che è buona, così così o buonissima, ma se il mondo non lo sa mi indebolisco. Anche se le librerie e le biblioteche sono piene di carta igienica di non scrittori, io penso che pubblicare sia il discrimine fra uno scrittore e una persona con un romanzo nel cassetto”. Quindi si diventa scrittori anche per dirsi scrittori? “Diventi scrittore nel momento in cui stai nel posto in cui volevi stare: i miei genitori, dipendenti statali entrambi laureati, tenevano in gran conto i libri e avevano una bella biblioteca a casa. La loro libreria se la sono costruita da soli con dei pezzi di legno, li hanno disegnati e segati, è una storia d’amore questa: tasselli di legno che si sono intersecati e hanno rivestito la nostra casa di libri; io e mia sorella prendevamo continuamente questi libri, io volevo stare fra quei libri e sono diventata una scrittrice quando un mio libro è entrato fra questi libri”. Quando hai messo uno dei tuoi libri nella libreria dei tuoi genitori sei diventata una scrittrice. “Adesso forse sembra ridicolo, ma posso dirlo perché lei non c’è più, il complimento più bello, la gratificazione più grande che ho avuto dalla mia scrittura è stata il giorno in cui mia madre, che aveva appena finito di leggere un mio libro, mi ha mandato un messaggio con scritto solo: grazie. Non ho avuto una recensione migliore di questa, ma non lo avrei mai ammesso finché lei era viva. I miei genitori non mi hanno incoraggiato a scrivere, si cacavano sotto, quando ho lasciato il posto fisso in Feltrinelli mia madre era terrorizzata, partita Iva per loro era una parola brutta. Però mi hanno incoraggiato a vivere, a essere quello che potevo diventare, mia sorella è medico e lavora con Medici senza frontiere, ora è in Nigeria, qualcosa vorrà dire”. Quindi il coraggio, questa fierezza che esplode da sotto il cappello di paglia, la voglia di prendere a pugni il mondo che salta fuori dalle pagine dei suoi libri, arriva anche da lì. “Tutte le volte in cui ho avuto paura di qualcosa nel mondo, ma non di qualcosa di piccolo: la malattia di mio figlio, la malattia di mia madre, le cose che davvero fanno paura, quelle che dici: oddio crolla tutto, adesso muoio, io al fondo di quella paura ho sempre avuto coraggio, e ho sentito che ce la facevo e sono sicura che questo abbia a che fare con le mie radici. La mia paura non è mai stata disperante, è sempre stata una paura al fondo della quale si faceva qualcosa, non ci si fermava”.

   

In “Tempo d’imparare”, che a me sembra il suo libro più importante, non c’è una disperazione infatti, ma c’è una guerra combattuta ogni giorno, a casa, a scuola, in ospedale, negli uffici. Valeria Parrella resta in silenzio un momento lungo, poi ricomincia: “Devo dirti una cosa mistica. Nelle cose che scrivo, deve esserci una luce. Dentro la merda merda merda deve esserci un finestrino da qualche parte, che lascia passare il sole. Uno dei momenti più belli di tutta la letteratura italiana è quando Primo Levi si mette a recitare il Ventiseiesimo canto dell’Inferno di Dante, quello di Ulisse: tutti loro sanno che potrebbero morire domani, forse hanno già la broncopolmonite addosso, i loro cari sono stati bruciati in un camino, quella è la fine dell’umanità, non c’è riparazione. Ma Primo Levi recita Dante: lo fa per insegnare l’italiano all’altro o lo fa per insegnare a noi qualche cosa, o semplicemente per accendere una luce. Io penso che tutta la letteratura debba essere così, puoi parlare delle cose più tremende ma ci deve essere una luce. Questa è una cosa che dice soprattutto Leopardi, un essere umano infelice che non è mai stato celebrato in vita. Lui diceva che le cose d’arte hanno questo di bello: anche se parlano solo di morte e si rivolgono a una persona che sta nel punto più basso che si possa immaginare, si riconoscono perché mentre ti parlano di morte recuperano proprio lì quella vita che avevi momentaneamente perduto, e questo è quello che io cerco di fare, quello che voglio fare, mettere una perla sul piatto della speranza”.

   

Ci spostiamo in un tavolo all’ombra, perché adesso la luce è troppa, ed è all’ombra che esce la parola “autofiction”, che a volte è bella e a volte no, che molti criticano o trovano sciocca. “Io difendo molto l’autofiction, anche se dicono che nasconde l’incapacità degli scrittori italiani di parlare di cose grandi, ma guarda Annie Ernaux, lei continuamente dice: questa sono io, e si misura con la grandezza raccontando cose piccole, ma l’amore è piccolo, la vita è piccola, una madre è piccola? Ma poi, penso al teatro che amo, Eduardo scriveva e andava in scena. Shakespeare scriveva e andava in scena. Io riesco a essere pienamente sincero solo se mi chiamo in campo, perché non dovrei farlo? E’ il mio modo di dire: sono come voi, prendete quello che volete. Tutti condividono immagini, video, link su whatsapp, perché deve essere straniante l’idea che la letteratura si possa fondare sulla condivisione di un sé? Il filtro minimo, l’io finzionale che noi scrittori mettiamo nell’autofiction racconta questa necessità di riappropriarsi di Madame Bovary, ma in un modo nuovo”. Quindi non ti importa quando ti chiedono: ma quella sei proprio tu, è la tua vita? “In ‘Troppa importanza all’amore’, l’ultima raccolta di racconti uscita per Einaudi, c’è un racconto che si chiama ‘Behave’, ed è scritto in prima persona da un maschio di sessant’anni, un marinaio di Liverpool. Ma io sono quello là! Sono mille volte lui, molto più di ‘Guappetella’, una femmina di sedici anni dei miei primi racconti”. Mi ricordo molto bene del marinaio di Liverpool, glielo dico, il marinaio che va al pub dove pranza sempre suo figlio, che lavora mezza giornata e ha un sussidio statale per disabilità, e il marinaio pensa: “Io non mi posso ammalare, perché mio figlio è malato da sempre, e questo ci ha tolto la possibilità di ammalarci”.

   

Valeria Parrella ha un figlio di undici anni, a settembre andrà in prima media, un bambino molto bello con gli occhiali, vedo le foto sul telefono facendomi schermo con la mano. Suo figlio è nato prematuro, è stato ottantotto giorni in terapia intensiva qui a Napoli, undici anni fa, Valeria Parrella ha affrontato, vissuto e scritto, ha scritto “Lo spazio bianco” e ci ha messo la finestrella, la luce, quella che ha trovato lei stessa dentro la sua storia di madre che non ha la possibilità di ammalarsi, né di morire. “Mio figlio è la mia storia, è il sole che mi guida, ed è un sole che può diventare anche nero: è anche per questo che nel resto della mia vita non accetto il dolore, non posso soffrire più”.

    

Valeria Parrella ha un’armatura invisibile addosso, la vedo perché vedo quanto si accende, e come risponde al telefono alla baby sitter di suo figlio, e a suo marito, il regista e drammaturgo Davide Iodice, che anni fa si è innamorato di lei e di suo figlio, e oggi va a prendere il bambino allo scuolabus, perché lei ha fatto tardi qui al Bagno Elena, sono già le cinque del pomeriggio. Mi ero segnata sul quaderno un passo di “Tempo di imparare”: “E io mi preparo. La mattina faccio la cartella: elmetto, e mela per la merenda. Fucile e quaderno a quadretti grandi. Marca da bollo e penna con l’impugnatura facilitata. Vestito buono e cuore cattivo. Mi preparo – ma accettare, quello ancora non riesco”. C’è la luce, ma c’è la guerra.

    

Valeria Parrella scrive della “tribù dei disabili”, di cui la protagonista del suo libro fa parte, avendo un figlio disabile, e dice che è un nuovo modo di stare nel mondo, un cambio di sguardo. “C’è un rito di iniziazione e poi sei dentro, ma la cosa bella è che ti ricordi benissimo com’era fuori, hai acquisito una quarta dimensione, quindi tu riesci a vedere tutto e gli altri riescono solo a vedere quella realtà parziale che già conoscevano. Questa cosa ti rende più forte e io questa cosa la riconosco in tutta la sofferenza. Per questo mi piace Joseph Conrad, perché racconta viaggi in cui si può morire, racconta il tentativo di superare il limite anche non volendolo, attraversare il mare senza sapere che cosa hai davanti. Io ho avuto un’accelerazione di competenza che la vita piana non dà, ma la vita piana ha una sua bellezza, una sua morbidezza: la cosa perfetta sarebbe vivere una vita normale e vedere film e leggere libri di vite strepitose, avercele intorno, e certo nessuno può desiderare la sofferenza, però la sofferenza ti fa entrare nelle tribù, e la sofferenza è la malattia, la guerra, la sofferenza sono i migranti in mezzo al mare. Una volta ho incontrato Raffaele La Capria e gli ho chiesto: ‘Dudù, che stai scrivendo?’, lui mi ha risposto: non riesco a scrivere niente perché sono travolto da questa tragedia. Lui è il mio maestro, e ho pensato che volesse dire che a un certo punto arriva un silenzio, perché sei entrato nella tribù di chi soffre, oppure mi stava dicendo che sono io che lo devo colmare, questo silenzio”, e di nuovo le risplende l’armatura invisibile.

    

E’ tardi ma non ci importa niente che sia tardi, e allora penso alla spietatezza di cui parla Alice Munro, che la dominava e le faceva dimenticare tutto il mondo, e così spostava con il braccio le sue figlie, bambine, per continuare a scrivere a macchina, chiedo a Valeria Parrella se sente di avercela, questa spietatezza, la certezza che ha uno scrittore che, qualunque cosa la vita ti dia o ti tolga o ti chieda, tu devi comunque sederti a scrivere. “Non la chiamerei spietatezza, Alice Munro è generosa a definirla così, ma lei ha fatto quello che doveva fare. Io quando scrivo mi costruisco delle mura mentali in cui possono entrare solo le urla di mio figlio, ma solo oltre una certa soglia, tutto il resto della vita è per me un rumore di fondo. Per costruire un mondo dentro tu devi eliminare il mondo fuori, non c’è alternativa. Io lo faccio a casa, mentre l’insegnante di sostegno di mio figlio mi deve parlare, ma non invidio più le scrittrici che non hanno figli. Magari smanio pensando che si possono chiudere dentro un posto a scrivere e io non posso, agogno quella libertà ma poi non la sopporterei, anche perché vivo in un mondo che mi nutre, che cosa sarei senza tutto questo?”. Senza il sole che si oscura, senza l’elmetto sulla testa. “Ma anche senza questo struggimento di non riuscire a trovare la formula giusta, di continuare ad andare per tentativi, di scrivere cose diverse fra loro, di non essere una scrittrice seriale, continuando però ad amare la serialità e a sentirmi rassicurata da essa”. Valeria Parrella sta leggendo “Passione semplice”, di Annie Ernaux, in una vecchia e brutta traduzione che ne invoca una nuova, “ma non riesco ad aspettare, sono smaniosa, ho bisogno di fare tutto nel momento in cui lo sento, mi arriva l’esasperazione addosso e io a quella esasperazione rispondo sempre: sì”. Quindi non hai paura che l’esasperazione non arrivi più? “Domenico Starnone mi ha chiesto proprio l’altro giorno: sai quanto è passato fra il terzo volume del Ciclo dei Vinti mai finito e la morte di Verga? E io ho detto: mah, non lo so, sei mesi? Lui mi ha detto: ventiquattro anni. Era terrorizzato, perché significava che Verga era morto da vivo, non ce l’aveva fatta più, eppure era Verga. Io di questo certo che ho paura, ma sento che non mi succede, perché dentro la testa ho tutti questi appunti a penna che mi basteranno per molte, molte vite ancora”. Adesso le ragazze della spiaggia vanno in bagno a truccarsi, a prepararsi per la sera, e allora noi, davvero, andiamo via.

    

(La prima puntata della serie Gli scrittori del sole è uscita sul Foglio di sabato 24 giugno, con l’intervista a Edoardo Albinati)

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.