Jean Souverbie, “Tenerezze su una spiaggia”, olio su tela 81 x 71 cm

Gli scrittori del sole

Non basta vincere lo Strega per essere il migliore

Annalena Benini

“La carriera dello scrittore non esiste, non quella di uno come me. Adesso esisto perché con quel librone ho steso tutti, però prima dicevano: ma Albinati chi è?”

Da oggi, ogni settimana, e per tutta l’estate, Annalena intervista gli scrittori che hanno fatto e faranno la letteratura del nostro tempo.

 


  

"Non leggo i libri per essere aggiornato, non leggo i libri di scrittori che dovrebbero essere vicini a me, dello stato dell’arte non mi importa nulla, non ho tempo e non ho desiderio di farmi del male, e siccome la lettura è una delle poche cose che si possono scegliere, io scelgo di leggere quello che mi pare. Cioè che mi piace, o che mi serve o che mi fa imparare. La mia compagna va a vedere i film, anche quelli brutti, per curiosità professionale, io no, quelli brutti non li voglio vedere”. Edoardo Albinati, che ha vinto il premio Strega nel 2016 con “La scuola cattolica”, pubblicato da Rizzoli, milletrecento pagine di indagine poderosa su una generazione, ha pubblicato da poco un romanzo breve, “Un adulterio”, che lui chiama novella, centoventi pagine (sempre per Rizzoli) di cui tiene a dichiarare, a mostrare e a raccontare il libro che l’ha ispirato: “Quando Francesca ha letto ‘Davanti al mare’ di David Vogel e intanto piangeva, io che avevo letto venticinque anni fa ‘Vita coniugale’ e mi era piaciuto, ma quasi mai vado a fondo con un autore, mi sono incuriosito e l’ho preso in mano. Non avrei scritto ‘Un adulterio’ se non avessi letto ‘Davanti al mare’, di cui ora mi piacerebbe tanto scrivere una riduzione cinematografica”, e mi mostra dal tavolino del salotto di questa casa borghese del quartiere Trieste in cui Albinati vive solo, abbastanza grande per ospitare i quattro figli, una copia tutta sottolineata e chiosata di “Davanti al mare”. Poi si alza, si alza continuamente, e va a prendere, per mostrarmelo, il quaderno su cui ha scritto e montato “Un adulterio”. Che si svolge in quarantotto ore, su un’isola, mentre “La scuola cattolica” aveva rotto gli argini del tempo e dello spazio, prendendosi tutta la libertà di andare e venire, raccontare e infilarsi dentro la frustrazione e la formazione del maschio. “Il nuovo libro nasce da una ragione esistenziale e pratica: dopo i nove anni in cui ho scritto la Scuola cattolica e un anno travolgente, il 2016, in cui sono successe tante cose belle, come il premio Strega, ma anche orribili, perché sono morti tre dei miei più insostituibili amici e si è ammalata mia sorella, un anno di piaceri e dolori in cui non ho scritto quasi nulla, non ce l’avrei fatta a cominciare un lavoro senza sapere se e quando l’avrei finito. Dunque, la novella. Avevo in mente, oltre a quella di Vogel, ‘Ethan Frome’ di Edith Wharton, che rappresenta la perfezione di quel formato. Volevo scrivere liberamente, scrivere a mano, scrivere un po’ qua e un po’ là, in viaggio e a casa, e così ho fatto, tutto in un mese”. Ha raccontato un amore consumato in due notti, l’amore segreto di due amanti in fuga su un’isola, allo stesso tempo esaltati e angosciati. Mi chiedo, e gli chiedo, perché questi due, giovani e belli e dentro un segreto, non siano mai davvero felici, nemmeno quando fanno l’amore in mare, nemmeno quando sono nudi a letto. “Perché l’angoscia è costitutiva dell’amore, non solo di quello illegittimo. L’amore non è affatto un sentimento positivo: è bruciante, angoscioso, distruttivo per sua natura. E dal punto di vista letterario, drammaturgico, se non c’è l’ostacolo, se le famiglie di Giulietta e Romeo non si odiassero, se la donna di cui Lancillotto s’innamora non fosse la moglie del suo re, che amore sarebbe? Se non fosse tutto così precario non darebbe una tale esaltazione. Essere alle prese con tanta bellezza, tanto piacere, dà l’idea che questa bellezza verrà presto sfigurata. I miei amanti sono amanti clandestini, e quindi bruciano più in fretta la loro passione. Hanno meno tempo e meno spazio. Sono fuggiti su un isola per consumare un amore segreto, ebbri di felicità, ma ogni felicità è rischiosa. Io immaginavo la loro fuga, ma non da un matrimonio infelice. Volevo che andassero via da qualcosa di bello e giusto, qualcosa di ancora praticabile. Anche per questo i protagonisti sono relativamente giovani, non due vecchi scafati dediti al libertinaggio: Clementina ha 29 anni e Erri 37”. Clementina infatti dice, alla fine: non ho ancora quarant’anni, sono troppo giovane per avere un amante. “Ho buttato giù il finale quasi subito, anche questa volta, come per la Scuola cattolica, lavorando non ho usato la progressione, ma ho scritto le scene che mi piacevano di più e mi sono mosso da lì”. Ma quindi sapevi già dall’inizio dove sarebbe andata la storia fra Clementina e Erri? “No, non lo sapevo, ma volevo che, dopo tanti silenzi e baci, ci fosse un solo discorso finale, e ho dato la parola a lei: senza alcuna volontà di ribaltamento femminista, cioè, per dimostrare che era lei il personaggio forte. La mia compagna infatti dice che sono io Clementina, e che io dicevo le stesse cose a lei, quando eravamo amanti clandestini, le dicevo: è bello ma deve finire. Non lo so, non ci avevo pensato, forse è così. Per me era importante che la verità brutale venisse fuori tutta di fila, e mentre scrivevo, la Tratto-pen andava come una freccia”.

 

"Non ho tempo di farmi del male, e siccome la lettura è una delle poche cose che si possono scegliere, io scelgo di leggere quello che mi pare"

Edoardo Albinati scrive soprattutto a mano, ma certo questa è una ragione troppo piccola per spiegare i dieci anni di Scuola cattolica. “I pezzi che vengono fuori filati meno li ostacoli e meglio è. Il computer crea troppe fibrillazioni e distrazioni, con il quaderno posso andare ovunque, non mi metto a sbirciare le email, non verifico niente, ed è comunque il contrario dell’isolamento. Le sollecitazioni che ricevi sono fisiche, non virtuali. Quando i miei figli erano piccoli, e la vita domestica una baraonda, ho imparato che posso e quindi devo scrivere ovunque, in qualsiasi momento. Allora poggiavo la macchina da scrivere sulle ginocchia. Quando lessi che Giovan Battista Vico ha scritto la Scienza Nova in un tugurio con i bambini che gli si appendevano alle gambe e al tavolo, mi sono entusiasmato: ecco, si deve fare così. L’idea di quello che si isola nella baita di montagna se no non lavora, mi fa un po’ ridere. E’ vero che serve tempo e ozio per scrivere, ma in realtà basterebbero due o tre ore al giorno. Se mi dice bene, io ho un ritmo di una pagina all’ora, dunque se uno lavorasse tutti i giorni tirando fuori anche una sola pagina buona, in pochi mesi avrebbe un romanzo”. Albinati sostiene che questi non sono tic, che lui non ha nessun tic dello scrittore, dice che scrivere a mano è la cosa più semplice e banale, “raffinatissima un cazzo”, un pennarello e un quaderno, l’azione primaria, un gesto fisico, non soltanto una funzione intellettuale. Osservo che la prima moglie di Hemingway venne lasciata dopo avere perso in treno la valigia con il manoscritto di suo marito. “Ah, infatti io fotocopio tutto, sempre – dice Albinati con il terrore negli occhi – E l’anno scorso sono stato vittima di un virus informatico e ho perso tutti i miei file dal 2009 al 2016, una tragedia che mi ha gettato in uno stato di prostrazione”.

 

Della Scuola cattolica, di quel pezzo di vita, ci sono ancora le tracce fisiche dentro casa: molti quadernetti di appunti, poi quattro quadernoni grossi e scritti fitti, cartonati per appoggiarseli sulle gambe, “di cui adesso sono molto orgoglioso ma che allora mi spaventavano e basta”, con tutti gli schemi del montaggio del romanzo, e un tabellone colorato appeso alla parete dello studio, ormai quasi svuotato, con i numeri delle scene e i nomi dei personaggi di quelle milletrecento pagine a cui è stato possibile appassionarsi anche in modo disordinato: aprire il libro e leggere, poi tornare indietro, sentire la libertà di una scrittura che lasciava affiorare ragionamenti, temi, storie, e a volte addirittura si rivolgeva direttamente al lettore, dicendogli di saltare pure avanti. Un libro importante, per uno scrittore una prova fortissima. Come si fa a restare vivi dentro un’impresa così? “L’unica mia capacità è stata quella di tenere duro e di tenere insieme, ecco, sì, La Scuola cattolica sarebbe il classico libro incompiuto, che viene abbandonato perché muori o perché perdi il bandolo della matassa. Con tutta l’energia che ho potuto metterci io, devo molto alla Rizzoli che negli ultimi due anni mi ha incalzato, costringendomi a chiudere, a montare, a dare una forma compiuta a quel flusso di parole. Alla fine ho tagliato via dal libro solo le parti che non convincevano sul piano estetico”. Ma mentre scrivevi, sapevi che cosa volevi, dove ti stavi infilando? “Quando ho cominciato non sapevo che cosa avevo in testa, immaginavo vagamente un romanzone, ma mentre ci lavoravo mi accorgevo che c’erano tante piste, e ad esempio la storia dei maschi e della mascolinità, che è così fondamentale nella Scuola cattolica, è arrivata dopo duecento pagine, e poi il neofascismo, e poi le case borghesi, il quartiere Trieste, e nuovi personaggi: ogni volta saltava fuori qualcosa che non era possibile non raccontare”.

 


Edoardo Albinati è nato a Roma l’11 ottobre del 1956. Ha vinto il Premio Strega nel 2016 con il romanzo “La Scuola cattolica”


 

"Un Adulterio" racconta un amore consumato in due notti, la passione segreta di due amanti in fuga su un'isola, esaltati e angosciati

E questa cascata di storie procurava un’esaltazione o una disperazione? “Dopo qualche anno ero soltanto disperato, totalmente disperato”, dice Albinati, “e sicuro di fallire. Durante tutto il tempo passato accanto a quel libro, ero posseduto dalla sensazione quasi fisica del fallimento. Solo per rispettare la firma sotto un contratto ho fatto questo rush finale di due anni di lavoro veramente matto e disperatissimo, che mi ha sfinito e prostrato. Infatti poi la vicenda dello Strega l’ho vissuta in uno stato di alterazione dovuto agli psicofarmaci che mi sono serviti a condurre in porto l’opera, a correggerla e a farla uscire. Una beata indifferenza procurata dalla chimica. Senza la Rizzoli e senza le pillole avrei abbandonato o sarei ancora ad ammattire in mezzo ai file: c’erano cento file diversi nel computer, più tutti i quaderni scritti a mano”.

 

Albinati non sembra affatto uno scrittore umile, e dice alla fine di questa conversazione che da un certo punto della sua vita in poi ha smesso di posare da miglior scrittore italiano (“la mia stronzaggine da giovane era un segno di insicurezza”), e ha cercato “semplicemente di esserlo”, ma parla con passione del fallimento, delle infinite, continue possibilità di fallire, e il fallimento viene onorato anche nelle sue lezioni di scrittura, pubblicate qualche anno fa da Fandango, “Oro colato”: perché si impara più dai fiaschi che dai trionfi. “Ero convinto che la Scuola cattolica sarebbe finita nel cumulo di progetti abortiti, e se fosse fallito anche questo non so che cosa avrei combinato. Hemingway diceva a Fitzgerald: ti voglio leggere fra due copertine. Il libro, cioè, deve essere pubblicato per esistere. Però voglio aggiungere questo: la Scuola cattolica oramai è pubblicato e quindi esiste, ma nella sua forma è costruito sulle macerie dei romanzi che potevano essere e non sono stati. Si alimenta del loro crollo. Io capisco i critici della Scuola cattolica, però vorrei dire loro che non hanno capito una cosa: il grande romanzo è sempre un conglomerato, e sbanda da tutte le parti, comincia in un modo e va avanti in un altro”. Il romanzo sbanda perché lo scrittore sbanda, spreca, ma sono sbagli o ricchezze? “Secondo me il fallimento e lo spreco sono i due poli esistenziali, i due motori insomma, della scrittura – dice Albinati, circondato dai quaderni, dai libri e da un’impressione anche estetica di solidità che invece si misura ogni giorno con il precipizio – Sconfitta e lusso della sconfitta. L’idea della pienezza, quella sì, è sterile. Bisogna prosperare dei propri fallimenti, prendere quello che insegnano, e partire dal presupposto che il novanta per cento di quello che tu sai, elabori, pensi, verrà bruciato, verrà consumato, non ci sarà nel libro, o ci sarà solo per essere dimenticato. In realtà ogni creatura, e ogni opera, persino la Divina Commedia, è sempre solo un passo più in là dalla non-esistenza, porta in sé l’impronta molto forte del suo non essere, di quando cioè ancora non era, come un bambino appena nato. Poi certi libri saranno, altri libri non saranno, ma la differenza si deve a un soffio, a un puro miracolo. Per questo si possono dimenticare e poi riscoprire certi autori: prendiamo David Vogel, che come uomo e come scrittore sta proprio sulla soglia della non esistenza, eppure è un grandissimo” (e di nuovo Albinati prende in mano questa copia gualcita, scritta e ossessionante di “Davanti al mare”). Ma allora, secondo questo criterio, non esistono i grandi scrittori. “Ma certo che esistono. Credo piuttosto che non esista la carriera dello scrittore, e certo non esiste la carriera di uno come me: la mia è una non carriera, sono andato in tante direzioni in maniera confusa, casuale. Adesso esisto, perché con quel librone ho steso tutti, però prima di quel libro si pensava, ma Albinati chi è, cosa vuole? E’ bravo, ma… Pure adesso in verità lo si pensa, solo che è un ‘chi è?’ un po’ più famoso. E appena è uscito Un adulterio hanno ricominciato: ma insomma che vuole questo dalla vita? prima 1300 pagine, ora solo 130…”. Però l’aver steso tutti resta, è un fatto, così come è un fatto che quando pensi a te stesso come scrittore pensi a Proust, ti paragoni a Hemingway. “E’ dovuto al grande rispetto verso il fatto letterario, quindi pensare che hai come tuoi concorrenti e colleghi tutti gli scrittori, ma proprio tutti, anche i grandi. Enzesberger diceva che con Dante, Shakespeare e Kafka, non ti puoi misurare: ma con gli altri puoi farlo, anzi devi farlo. L’unica morale letteraria è questa, che veniamo tutti pesati con la stessa bilancia! Quando uno scrive sta compiendo la stessa azione di Baudelaire, non un’altra, e io questa cosa ce l’ho sempre avuta presente, questo rispetto e questa scervellata ambizione. Poi soccomberai alla tua mediocrità, d’accordo, ma almeno non ti sei sottratto al confronto, e non ti culli nell’idea di essere appena un po’ migliore di qualcuno che non stimi”.

 

Albinati scrive soprattutto a mano, su quaderni cartonati per appoggiarli sulle ginocchia. E fa le fotocopie, per il terrore di perderli

Albinati sta quindi dicendo che non è vero che uno scrittore scrive per sé, per rispondere a un impulso, per obbedire al padrone che gli sta dentro e gli ordina di scrivere. “Sì, ma quell’impulso ti guida ciecamente verso qualcosa di esterno e superiore: non il successo, piuttosto la gloria”. Cioè, tu scrivi per la tua gloria? “La gloria è un elemento impersonale, non illumina chi la raggiunge, ma una comunità più ampia. Lo splendore della bellezza non appartiene affatto a chi lo produce. Non è una corona sulla tua testa, e la sua luce illuminerà altri.”

 

I lettori vengono illuminati, accesi, la grande cosa che può fare un libro è che arrivi a qualcuno e gli scoppi in faccia, gli movimenti la vita, gli dia eccitazione, sconvolgimento. “Io accetto tutto, tranne che si dica che il libro è sacro e la cultura ti rende per forza migliore. Conosco una quantità di bastardi che hanno bellissime librerie. Ed è anche falsa l’idea che la lettura sia un processo di avvicinamento graduale, che parti da Moccia e poco alla volta arrivi al Macbeth, e che ogni libro dunque è un libro buono, comunque. La cultura non è una scalata né un riscatto. Petrarca non ti salva la vita e la letteratura non riesce a migliorare il mondo, non è quello il suo scopo. Tutto questo viene propagandato ai quattro venti per eliminare il piacere cioè l’elemento gratuito e vizioso del leggere. La letteratura non è affatto edificante, anzi, certi grandi libri possono pervertire”. I dolori del Giovane Werther è stato accusato di istigazione al suicidio dei giovani innamorati. “Goethe ha dato una risposta che, nel suo cinismo, apprezzo molto: a proposito di chi si era ammazzato dopo aver letto il suo libro, disse che evidentemente si trattava di imbecilli. L’unica volta che in pubblico mi sono arrabbiato è stato quando mi è stato detto che con il mio libro ho celebrato la violenza maschile. Pensa un po’!”. Edoardo Albinati ha ogni giorno a che fare con i maschi, e alcuni sicuramente violenti, perché da venticinque anni insegna Lingua e letteratura italiana in carcere. “Il motivo principale per cui lo faccio, e ti prego di scriverlo esattamente come lo dico, è che mi permette di starmene fuori dai coglioni. Cioè la massima libertà concessa all’individuo. Andare in carcere è stato un modo per tagliare la testa alle seduzioni della mondanità letteraria e non letteraria, e mi ha dato tantissimo respiro. Andare in galera mi ha regalato un lavoro continuativo e, segregandomi, mi ha messo almeno un pochino l’anima in pace. Il materiale umano con cui sono in contatto è interessante, ma non occupa l’intera mia vita: insomma tutte queste cose messe insieme trasformano quella che sembrerebbe una missione o uno sfoggio di buoncuore in un affare per me abbastanza conveniente. Faticoso, certo, sempre più faticoso: dopo venticinque anni di quella roba, dei mutandoni di lana perché le celle sono gelate, e di andare a pisciare nelle turche sudice della galera, certi giorni mi dico: ma che ci sto a fare qui? Però io lavoro tra gente disagiata, d’accordo, ma fino a un certo punto: sono dei disgraziati perché stanno in carcere, privati della libertà e di tutto, ma molti di loro non sono affatto deboli, sono delle vere belve umane nel senso anche di energia, di forza, di intelligenza e di carattere, solo temporaneamente indifesi”. Edoardo Albinati non vuole sembrare generoso. “Io non mi sento affatto una crocerossina. Però di frequentare gente troppo simile a me non importa nulla. Mi trovo più a mio agio con persone diverse, che posso frequentare a lungo, ogni giorno, e avendo pur sempre al centro del mio lavoro cose che amo: la lingua italiana, la letteratura. Sono persone con cui mi capisco perché sono adulti, e sono maschi, ho insegnato per un anno al femminile e ho smesso perché lì il diverso era davvero troppo diverso, mi intimidiva, invece con i maschi ci riflettiamo l’uno nell’altro fraternamente, lì, davvero, non è retorica, siamo tutti marocchini, colombiani, calabresi, nigeriani”. E le loro vite non ti tormentano? “No, però il primo anno vollero che facessi io il discorsetto prima di Natale, e quella volta lì mi sono commosso, infatti non l’ho voluto fare più. E poi comunque la commozione va tenuta a freno: qualche anno fa, gli studenti della classe davanti alla mia venivano da me a protestare perché ogni volta che una certa professoressa entrava, scoppiava a piangere, e loro avevano già abbastanza pensieri. La professoressa troppo empatica, insomma, li scocciava”. Chiedo a Albinati, a registratore spento, di parlarmi ancora un po’ di Clementina, la protagonista di “Un adulterio”, perché mi sembra che lui, che l’ha creata, ne sia ancora turbato. Lui si alza, si risiede, mi guarda e dice: “Clementina mi tiene sveglio la notte”.

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  • Annalena Benini
  • Annalena Benini, nata a Ferrara nel 1975, vive a Roma. Giornalista e scrittrice, è al Foglio dal 2001 e scrive di cultura, persone, storie. La rubrica di libri Lettere rubate esce ogni sabato, l’inserto Il Figlio esce ogni venerdì ed è anche un podcast. Ha scritto e condotto il programma tivù “Romanzo italiano” per Rai3. Il suo ultimo libro è “I racconti delle donne”. E’ sposata e ha due figli.