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Il guaio bancario italiano è grave, ma non serio

Renzi ha margini di manovra strettissimi. Da una parte l’Europa che vive la sua peggior crisi dal dopoguerra, dall’altra i banchieri che all’apertura del bilancio sentono partire la musica dei Goblin, colonna sonora di Profondo Rosso. In mezzo c’è lui che, alla fine della fiera, è quello che deve tenere in piedi la baracca.

4 Luglio 2016 alle 11:29

Il guaio bancario italiano è grave, ma non serio

Il presidente del Consiglio Matteo Renzi (foto LaPresse)

Titoli. Signore e signori, il problema è alla cassa. Prima pagina del Financial Times:

 

 

Dunque Matteo Renzi si prepara a fare quello che in diplomazia si chiama “atto unilaterale”. E’ così? Palazzo Chigi fa sapere che proprio così non è: "Contrariamente a quanto riportato oggi, il Presidente del Consiglio Matteo Renzi è pronto a "sfidare" Bruxelles sul futuro dell'Europa poiché non crede possibile ignorare il risultato della Brexit. E’ dunque sulla crescita, gli investimenti, la cittadinanza, l'immigrazione, la lotta alla disoccupazione che si concentra l'attenzione dell'Italia. Quanto alle banche è noto (come ha avuto modo di sottolineare anche ieri in una intervista tv) che Renzi prediliga le soluzioni di mercato, nel rispetto delle regole vigenti in Europa". Smentita? C’è una linea. Ma se deraglia? La realtà è che da tempo a Palazzo Chigi fanno circolare l’idea. “Se le cose vanno male nelle trattative con l’Unione…” è la formula d’innesco. Il problema è che in banca si sono fatti una certa idea, il fatto è dato quasi per certo, ai piani alti e bassi degli istituti di credito mormorano di una questione che ha la sua forza ineludibile, le lettere di commento degli uffici studi presentano lo scenario e anche la soluzione. Il negoziato con l’Ue? Si faccia. E il mercato? Può attendere. Renzi ha margini di manovra strettissimi. Da una parte l’Europa che vive la sua peggior crisi dal dopoguerra, dall’altra i banchieri che all’apertura del bilancio sentono partire la musica dei Goblin, colonna sonora di Profondo Rosso. In mezzo c’è lui, Matteo Renzi che, alla fine della fiera, è quello che deve tenere in piedi la baracca. E in ogni caso c’è la realtà: nessuno compra capitale di banche che hanno crediti deteriorati con alta valutazione e scarsa reputazione. Non fanno il markdown, non abbassano il prezzo dei non performing loans? Il mercato se ne sta alla larga. E allora ecco la soluzione, Mamma Italia. D’altronde, l’Abi è stata una delle principali fonti di ispirazione nella battaglia contro il salvataggio delle banche tedesche (ma lo fecero anni fa, quando era possibile, dando garanzie non liquidità pronta cassa, mentre i presunti finanzieri italiani recitavano il loro testo sacro a memoria: “Il sistema è solido”) e l’Assopopolari ha un generatore automatico di frasi dove la conclusione è sempre la stessa: il bail-in non si può fare. Peccato che alla domanda “chi paga in caso di crac?”, si manifesti un problema motorio alle labbra. Chi paga? Il contribuente, perbacco. Il problema è che il guaio bancario è come tutte le cose italiche: grave ma non serio. Grave perché secondo i calcoli abbiamo circa 170 miliardi di sofferenza da smaltire e in qualche maniera “garantire”, non serio perché tutta questa storia è un “leak” continuo, una fuga di notizie imbarazzante. Perfino la Commissione europea ne viene fuori malissimo. Pensate un po’: l’Italia e l’Ue hanno concordato 150 miliardi di garanzie per le banche. Cassa che forse non verrà mai utilizzata (chi la usa, dichiara il suo stato pre-comatoso) ma né la Commissione Ue né il governo italiano hanno mai fatto un comunicato ufficiale. Abbiamo scoperto la cosa fatta via Wall Street Journal e Cnbc, America. Così è per il capitolo seguente, il pezzo mancante del piano (c’è un piano?) per mettere il salvagente al sistema bancario che sembra sul punto di imbarcare acqua. Nei giorni scorsi si era parlato di una cifra da iniettare nel capitale (dove? come? in che forma?) intorno ai 40 miliardi. Ma sapevamo anche (Merkel dixit) che non c’era accordo con l’Unione. E allora avanti da soli. Verso dove? Se tutti tacciono (Bankitalia che fa?) alla fine parlerà la Borsa. Stamattina il Financial Times mette nero su bianco il punto vero, il centro del Maelstrom, l’idea di andare avanti da soli. Un ballon d’essai? Forse. I mercati, dicevamo, stamattina sono partiti così: la linea gialla è l’indice FTSE Mib, quella celeste è l’indice FTSE banche. Divergenza.

 

 

Il settore bancario sta zavorrando, ancora una volta, il listino di Piazza Affari. E la ragione è sempre quella: i crediti deteriorati, il loro prezzo, il loro mercato. Dulcis in (spro)fundo: chi li compra? Arriverà, il compratore. Il contribuente. Buona giornata.

 

Dacca, Italia. I titoli dei giornali puntano su altro, la strage di italiani a Dacca. La lettura è rapida. Corriere della Sera: “Il commando dei giovani ricchi”. Repubblica: “Funerali di Stato, ma in Bangladesh. I kamikaze figli dell’alta borghesia”. La Stampa: “Soldi e jihad, la doppia vita dei killer”. Il Messaggero: “La pista degli italiani nel mirino”. Carlino-Nazione-Giorno: “Tagliagole figli di papà”. Il Giornale: “Sgozzati dai bamboccioni”. Libero: “L’Islam “moderato” tace”. L’Unità: “Terroristi della villa accanto”. Finisce così un altro dei luoghi comuni sul terrorismo figlio della miseria. Gli sgozzatori erano giovani, ricchi, carini e soprattutto connessi. Prima la jihad elettronica, poi il coltello affilato sulla gola. Lama e propaganda. Meditate.

 

Baghdad, l’inferno. Il conto delle vittime dell’attentato di Isis a Baghdad è salito a 147 vittime. La questione nasce (e si risolve) tra musulmani.

 

Occhio all’Arabia Saudita. Attacco suicida vicino al consolato americano. E’ morto solo il terrorista.

 

Ma il Califfato è morto. Le cellule colpiscono fuori dai confini dello stato che voleva costruire. Isis perde continuamente terreno in Iraq e in Siria. Il sogno del Califfato è morto.

 

4 luglio. Independence Day. Nel 1776 il Congresso dichiara l’indipendenza dalla Gran Bretagna.

 

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