Il tempo senza scelte

Alessandro Moscè

Paolo Di Paolo
Einaudi, 105 pp., 12 euro

Paolo Di Paolo (nato poco più di trent’anni fa, romanziere, critico letterario e giornalista culturale) con un breve saggio ha posto uno dei problemi essenziali della nostra epoca: vivere in un eterno presente che addormenta il futuro e dimentica il passato. Il tempo e le scelte, una verità che Di Paolo dice di avere messo duramente alla prova e che potrebbe essere intesa anche come una sorta di dialogo tra generazioni. “Non li abbiamo interrogati abbastanza, questi reduci di vite non scelte, non fino in fondo, questi stoici senza teorie: non hanno fatto in tempo a chiedersi chi essere, che già erano qualcosa”. L’uomo e la sua impossibilità di programmare il futuro in un tempo centralizza il singolo, l’individuo, fa agire con sempre meno coscienza, a differenza del “giovane prodigioso”, l’illuminista e antifascista Piero Gobetti, portato come esempio aderente di un personaggio che fungeva da guida. Ma nonostante tutto siamo in uno spazio di autonomia rispetto alla storia, al tempo che scorre inesorabilmente. Il nostro è davvero un tempo senza scelte, in cui ai “giovani temerari”, come intitola un capitolo, bisognerebbe trasmettere proprio una coscienza morale, una verità kierkegaardiana nell’inquietudine della modernità. Viene ricordato il destino di Renato Serra, che al pari di altri intellettuali novecenteschi, si potrebbe includere in coloro che “si espressero di più nel progetto che nel risultato, nell’appunto e nel frammento che nel compiuto”. Per Federico García Lorca la vita non è sogno, ma duende, quel sentire magico e quasi demoniaco. Paolo Di Paolo attraversa tutto il Novecento per arrivare a Italo Calvino, che intuì la velocità del pensiero, delle stesse possibilità della mente in una moltiplicazione, senza dimenticare “la messa a fuoco di visioni a occhi chiusi”. Ognuno di noi è un’esperienza e un’informazione, un inventario, uno stile, un modo di essere. L’opera di Italo Calvino si concentra sul “pathos della vicinanza”, sull’altro da sé, sulla celebrazione del vedere. Il pensiero e il mondo sono dunque la stessa cosa. In questo tempo senza scelte c’è un’opzione consistente nella partecipazione, nel capire e nell’interpretare. La società odierna che in Francia produce libri disturbanti come quello di Michel Houellebecq, in Italia, nota Di Paolo, condiziona la produzione di scrittori confinati nei talk-show promozionali. Lo scrittore dovrebbe assumere una posizione, prendere di petto il tempo, non rassegnarsi (come fanno Don De- Lillo, Grossmann, Pamuk). La domanda in chiusura del libro spinge a difendere la libertà dei contenuti: “Possibile che riescano a concepire l’intellettuale impegnato solo come una macchietta fuori tempo massimo, un indottrinatore, un capetto, un pifferaio?”. L’alternativa c’è. Basterebbe leggere Albert Camus o George Orwell, lo stesso Philip Roth nella nemesi, perché si scelga e non si sia scelti. In un senso di assoluta precarietà, la spinta è verso l’egoismo e la chiusura, nel linguaggio triviale, che brucia, che non dà più senso alle parole. Paolo Di Paolo conclude il suo scritto alludendo, al contrario, allo scrittore americano George Saunders, ispirato dal concetto di gentilezza. Esorta a essere meno deludenti meditando e persino pregando. Preferire cioè il proprio tempo per qualcosa e non contro, nella sincerità e nella purezza. Un’opportunità per non seguire una massa stereotipata e abulica. Il tempo può essere l’istante in cui si sceglie senza diventare tautologici, ma assumendo su di sé, nel segno di una responsabilità, il piglio per una “identità aggiornabile” e più impervia.

 

IL TEMPO SENZA SCELTE
Paolo Di Paolo
Einaudi, 105 pp., 12 euro

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