Cime abissali

Aleksandr Zinov’ev
Adelphi, 988 pp., 19 euro
Cime abissali

Strani destini, quelli di Aleksandr Zinov’ev e del suo opus magnum. Lui aveva la vocazione del bastian contrario. Genio precoce, già sul finire degli anni Trenta (è del ’22) finisce in un Gulag. Evaso, per sfuggire alla ricattura si arruola nell’Armata rossa, dove passa da fante a carrista ad aviatore. A guerra finita si laurea in Filosofia e poi la insegna, fino a diventare direttore della cattedra di logica dell’Università di Mosca, incarico da cui viene rimosso quando si rifiuta di licenziare due sottoposti invisi al partito. Comincia allora a scrivere testi satirici sul regime sovietico e a passarli segretamente in occidente. Quando gli scritti escono, nel 1976, con il titolo di “Cime abissali”, il Kgb gli offre gentilmente l’alternativa fra la Siberia e l’esilio. Approdato a Monaco, guarda con occhio critico anche la sua nuova patria e con distacco gli altri dissidenti emigrati. Con l’avvento di Gorbaciov si lancia contro quella che chiama “Katastroika”, e con la fine dell’Urss rivaluta il vecchio regime contro la deriva consumista della nuova Russia, fino a scrivere nel 1999 “L’umanaio globale”, feroce satira dell’occidente tecnicizzato e animalizzato. Non c’è da stupirsi che non sia stato molto amato, e che anche il suo capolavoro sia stato poco letto: acclamato al suo apparire come icona del dissenso, con le evoluzioni del suo autore è progressivamente scomparso dagli scaffali e a lungo non è più stato rieditato. La ristampa che oggi Adelphi manda in libreria permette finalmente di farsi un’idea libera dai dibattiti di un tempo di quello che rimane uno dei capolavori della letteratura russa del Novecento. Infatti “Zinov’ev ha creato – ha scritto Paul Watzlawick – un genere letterario di cui è l’unico rappresentante. Per avere un’idea della specialità del suo approccio, si pensi alla ferocia di Swift, alla comicità di Rabelais, ai paradossi di Lewis Carroll, alla statura morale di Solgenitsin e all’intuizione sociologica di Simmel. Ma la descrizione per accostamenti non può che essere inadeguata”. “Cime abissali” infatti è un gigantesco, multiforme, tentacolare caleidoscopio, costantemente intessuto di giochi di parole (non tutti traducibili, a cominciare da quello del titolo, che nell’originale gioca sull’assonanza fra i vocaboli russi “abissale” e “radioso”, dove il secondo è il termine che la propaganda comunista associa sistematicamente ad “avvenire”) e di paradossi logici, che con feroce sarcasmo mette alla berlina i meccanismi dello stato sovietico – ma, in fondo, di ogni sistema basato sul predominio del pensiero ideologico nei confronti della realtà. Il lettore verrà introdotto nel paese di Ibania – la terra di Ivan, il signor Rossi russo – dove “gli abitanti non vivono – nel sorpassato, volgare senso della parola – ma mettono in atto delle misure storiche”. La prima di queste “è stata ideata presso l’Istituto di Profilassi delle Cattive Intenzioni, è stata realizzata sotto la sorveglianza del Laboratorio di Lavaggio dei Cervelli con la partecipazione della Rivista delle Direttive, ed è stata sostenuta da un’iniziativa dal basso”. Ben presto, “la misura divenne pienamente auto ingovernabile e – come ogni misura ben concepita e consequenzialmente tracciata – si è risolta nel nulla”. “Dopo le misure storiche, il paese di Ibania si è trasformato. Sull’altra riva è sorto un quartiere nuovo, di case identiche nella forma ma confondibili nel contenuto. Il Chiacchierone ha detto che là tutto è talmente identico che lui non è mai sicuro di trovarsi proprio a casa sua, e d’essere proprio lui e non qualcun altro”. E così via, per novecento pagine di irresistibile, grottesco calembour sulla condizione umana ridotta a meccanismo.

 

CIME ABISSALI
Aleksandr Zinov’ev
Adelphi, 988 pp., 19 euro

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