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La presunta innocenza russa e una condanna da chiedere alla Lega

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

Al direttore – Così ha parlato ieri, alla Stampa per la firma di Raffaella Silipo, Scott Turow, di schiatta ebreo-russa, autore americano del celebre romanzo verità “Presunto innocente”. Virgolette. “Lei parla di rabbia: nei confronti di Putin? O della Russia in generale? Naturalmente Vladimir Putin è il principale responsabile. Ma non credo che si possano assolvere del tutto i russi. Hanno avuto un’occasione reale di democrazia alla caduta dell’Urss e non hanno combattuto per difenderla. Se la sono lasciata scappare tra le dita, non sono davvero determinati a ottenerla. Altrimenti non si spiegherebbe perché sono passati dallo Zar alla dittatura sovietica e poi a Putin. Evidentemente c’è qualcosa, nel loro carattere e nella loro cultura, che li predispone a scegliere questa forma di stato”. Si sa che aderisco a questa estrema semplificazione, perché l’ho scritto qui dieci giorni fa senza toni russofobi ma in polemica con la russolatria andante: la capacità di sofferenza oscura e mistica della cultura russa, in certo senso anche il loro specialissimo cristianesimo non illuminato dalla chiesa di rito latino, ha consegnato per secoli, senza remissione, comunità e popoli di tutte le Russie a una straordinaria sequenza di soggezioni e sottomissioni. E’ storia complicata e questione dolorosa e profonda. Avrei apprezzato che qualche complessista russofilo annotasse e argomentasse il suo dissenso. Non è accaduto. Riproviamo a discutere della presunta innocenza russa con Scott Turow?

Giuliano Ferrara



Al direttore - Allevati a pane e antimperialismo (e antioccidentalismo, antiliberalismo, antiamericanismo), dalla scuola all’Università, scoprimmo improvvisamente di non essere compatti in difesa dell’Ucraina. Ma guardiamo il bicchiere mezzo pieno: l’equidistanza, il nénéismo, qualche applauso provocatorio per Putin sono comunque un passo avanti rispetto a quando facevamo il tifo per Pol-Pot e Khomeini.
Andrea Minuz

Nel 1956, pochi giorni dopo la repressione da parte dell’Armata rossa della rivolta anti sovietica maturata nell’allora Ungheria socialista, repressione che i vertici del Partito comunista italiano si rifiutarono di condannare, una serie di intellettuali italiani firmò un documento molto critico contro il Pci, che l’Unità scelse di non pubblicare. Il documento fu fatto con un obiettivo esplicito: chiedere al Pci di manifestare in modo aperto una condanna senza riserve contro lo stalinismo. Sono passati 66 anni e sarebbe un sogno oggi leggere un manifesto dei 101 dedicato ai vertici non del Pci ma del centrodestra italiano e in particolare della Lega. Tema: chiedere di manifestare in modo aperto una condanna senza riserve contro ciò che rappresenta il putinismo. Chi ci sta?



Al direttore - Caro Cerasa, temo che siamo arrivati al massimo dell’arroganza. Discutiamo fra noi italiani se gli ucraini si devono o no arrendere. In effetti quei nostri connazionali che sostengono questa tesi (la prof.ssa Di Cesare, Landini, il dott. Cisterna e altri) dovrebbero rivolgersi agli ucraini che sono in prima linea, che stanno combattendo, dovrebbero sottoporre ad essi questa valutazione e sentire come la pensano. Ciò se si vogliono rispettare i piani diversi su cui si colloca questa discussione. A nostro avviso è invece una iniqua forzatura quella di chi, parlando dall’Italia, accompagna questa opzione per la resa con l’affermazione che per forzare gli ucraini a fare questa scelta non bisogna più dare a loro armi così come invece essi finora ci hanno richiesto. Dio ci scampi da coloro che fanno i pacifisti con la vita degli altri.
Fabrizio Cicchitto

Quel pezzo di Italia che lei vede e che descrive esiste. Ma quel pezzo d’Italia che lei vede e che descrive – un pezzo d’Italia che non casualmente ha scelto di rappresentare chi negli ultimi due anni ha tentato di fare campagna contro i vaccini – è un pezzo di Italia che oggi mi sembra tanto chiassoso quanto irrilevante, non trova?

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