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Cosa manca agli appelli femministi. Disertare Durban, grazie

Le lettere al direttore Claudio Cerasa del 19 agosto 2021

Al direttore - Ma sulla loggia Ungheria, dopo indagini non fatte per salvaguardare il testimone della corona poi rivelatosi inattendibile, adesso quale sarebbe il problema? Le lunghe ferie di cui i magistrati sono gelosissimi e non gliele puoi toccare? O una moratoria tipo Expo? Nessuno chiede lumi… Quando la politica è in difficoltà viene azzannata dalle toghe, le quali invece dormono sonni tranquilli pure nella bufera perché la politica tace.
Frank Cimini

 

Al direttore - Jimmy Carter non fu rieletto per un secondo mandato. Nel 1981 gli americani scelsero, come 40esimo presidente, Ronald Reagan. Uno dei motivi della sconfitta di Carter fu attribuito all’incapacità dell’Amministrazione  di rispondere all’attacco compiuto – all’alba del 4 novembre 1979 – da 500 studenti islamici all’ambasciata americana a Teheran, con il sequestro del personale addetto (salvo alcuni che trovarono rifugio nell’ambasciata del Canada). La crisi venne poi risolta da Reagan. Ricordo che a quei tempi lessi che in una piccola città  del Middle West per ogni giorno di durata del sequestro veniva esposta una bandiera su un balcone. Così la città si trovò ben presto tappezzata di “stelle e strisce”.
Giuliano Cazzola

 

Al direttore - Il prossimo 22 settembre verrà celebrato a New York il ventesimo anniversario della Conferenza mondiale delle Nazioni Unite contro il razzismo, la discriminazione razziale, la xenofobia e l’intolleranza, nota come “Conferenza di Durban”. La Conferenza nel 2001 si trasformò in una vera e propria kermesse antisemita, durante la quale vennero distribuite copie del libello antisemita e falso storico “I Protocolli dei Savi Anziani di Sion” e di materiale falsamente accusatorio volto ad associare Israele all’apartheid del Sudafrica, mentre gli ebrei presenti, aggrediti anche fisicamente, venivano espulsi dalle riunioni previste durante la Conferenza. Si è trattato della peggiore manifestazione di antisemitismo istituzionale dei tempi moderni. Per queste ragioni, Australia, Austria, Canada, Repubblica ceca, Germania, Ungheria, Israele, Paesi Bassi, Regno Unito, Stati Uniti e ora anche la Francia hanno escluso la loro partecipazione all’incontro del 22 settembre a New York e molti altri stati seguiranno nelle medesime determinazioni. Chiediamo dalle pagine del suo giornale che l’Italia non partecipi, al pari delle grandi democrazie del mondo, alla Conferenza commemorativa Durban IV, a causa delle fondate preoccupazioni riguardo all’utilizzo della Conferenza come base per rilanciare ancora, come nelle precedenti edizioni, il sentimento anti ebraico e anti israeliano e come forum per l’antisemitismo. La ringrazio.
Avv. Barbara Pontecorvo
presidente Solomon-Osservatorio sulle Discriminazioni

 

L’Italia, in questi mesi, Kabul a parte, ha dimostrato di poter esercitare un ruolo da protagonista anche in politica estera. Partecipare a Durban, a settembre, sarebbe uno schiaffo verso chi ogni giorno prova a combattere contro l’antisemitismo. Meglio evitare, grazie.

 

Al direttore - Consentimi di manifestare tutto il mio dispiacere per il tuo editoriale del 17 agosto (“Cosa significa il ritorno del burqa. Femministe ci siete?”). Molti anni fa, proprio per il Foglio, mi ero infilata un burqa di rayon blu elettrico ed ero andata in giro per Milano per vedere l’effetto che fa: alla gente, che vedendomi si era spaventata e non mi aveva trattata per niente bene, e al mio corpo che ne aveva ricevuto un piccolo trauma. Con un burqa addosso non si respira, non si vede. Questo per dirti che io, femminista, sul pezzo c’ero allora e ci sono anche ora, insieme a tantissime altre. Il 13 agosto, due giorni prima del lunedì nero di Kabul, a nome delle femministe radicali (RadFem) ho proposto l’apertura di corridoi umanitari per donne, ragazze e bambine/i afghani. Il 16 agosto, mentre la situazione precipitava e tanti disperati – praticamente solo uomini: alle donne non è concesso nemmeno provarci – si accalcavano nell’aeroporto di Kabul e si attaccavano ai carrelli degli aerei, abbiamo scritto un post su feministpost.it, in italiano e in inglese. Il testo è stato rilanciato, insieme ad altri, anche dal sito della Libreria delle Donne di Milano: bastava andare a dare un’occhiata. Il femminismo radicale internazionale ha diffuso svariati appelli. In Italia ha già raccolto 220 mila firme una petizione Change che riprende la proposta dei corridoi umanitari indirizzandola al ministro-bagnante Di Maio. Come vedi le femministe ci sono, ma bisogna essere capaci di ascoltarle, cosa che gli uomini mostrano abitualmente di non saper fare. E’ amaro peraltro che si pretenda che tocchi alle donne rimediare alle pessime imprese degli uomini stolti: voi rompete e i cocci sono nostri? Fin dal principio i corpi delle donne sono stati pedine, bersaglio e campo di gioco di una partita fra uomini: aguzzini, jihadisti, militari, “liberatori”, piazzisti di democrazia, affaristi, corrotti, codardi fuggitivi, traditori. Molte delle partite degli uomini stanno finendo male. E noi donne, in qualunque luogo del mondo, ne paghiamo il prezzo per prime, pur non avendone deciso nulla. Permettimi anche di dirti che attaccando – scusa: un po’ misoginisticamente – le donne occidentali non si fa certo un favore alle afghane, della cui terribile situazione parli diffusamente nel tuo editoriale. Non c’è un “noi” e un “loro”. La questione non può essere messa in questi termini. Sostienici, piuttosto. Dai spazio sul tuo giornale alle nostre proposte. Sull’Afghanistan e su tutto il resto. Grazie per l’attenzione. 
Marina Terragni

Cara Marina, ho letto con attenzione il vostro appello e non posso che concordare quando dite che “non dobbiamo lasciare sole le donne e le bambine afghane perché non dobbiamo lasciare sole noi stesse” e quando affermate che “la loro lotta, la loro resistenza è anche la nostra”. Noto però che anche una persona coraggiosa come te non ha trovato la forza di inquadrare due problemi ben più centrali rispetto al prezzo che le donne pagano a causa “degli uomini stolti”. Non una parola sul fatto che la guerra del 2001, quella che ha dato un po’ di libertà alle donne afghane, era una guerra giusta e non una parola sul fatto che chi toglierà oggi la libertà alle donne, oggi come nel periodo tra il 1996 e il 2001, non è un complotto di uomini malvagi ma è l’applicazione letterale della legge del Corano. E la mia impressione, cara Marina, è che fino a quando gli occidentali, uomini e donne che siano, non si impegneranno con tutta la loro forza per denunciare gli orrori commessi in nome dell’islam non ci sarà un solo appello che potrà smuovere fino in fondo le coscienze. Per tutto il resto, ovviamente, siamo con voi. Un abbraccio.

 

Al direttore - Sono d’accordo con Giuliano Ferrara: quel che è seguito all’attentato dell’11 settembre 2001 non è stata una “reazione sproporzionata” (vedi Iraq, Afghanistan e oltre) ma la dovuta risposta militare al terrorismo di matrice islamista che alzava fin troppo la testa. Da questa evidenza, che sfugge immotivatamente a Enrico Letta, non ne dedurrei però la tesi secondo cui la direttrice della politica Usa sarebbe quella di “esportare la democrazia”.  A escludere la matrice imperialista della democrazia americana  mi inducono due esempi: gli Usa furono inizialmente neutrali sia nella Prima sia nella Seconda guerra mondiale. Nel 1917, il presidente Wilson si decise a entrare in guerra dopo l’affondamento della nave Lusitania, dove morirono duecento cittadini americani; analogamente, Roosevelt  si decise dopo l’attacco giapponese di Pearl Harbor nel 1941, e dopo che Hitler, con Mussolini al seguito, gli avevano dichiarato guerra. I due esempi la dicono lunga sulla democrazia americana, che sembra piuttosto incline a guardare il piede di casa, e non attacca se non è costretta a difendersi. Il che mi pare accadde anche dopo il 1945 quando la potenza russo-sovietica esorbitante richiese l’imposizione di un freno militare al suo espansionismo. Non a caso Truman parlò di “containment”,  cioè di difesa dalla avanzata comunista mondiale, inaugurando la Guerra fredda. Non mi sfugge che anche gli Usa hanno a volte ceduto alla tentazione di guerre “ideologiche” (Vietnam, Iran) senza fare  bene i conti con le circostanze. Ma i risultati non sono stati così positivi. “Esportare la democrazia” può essere una tentazione di principio: ma sui princìpi è meglio non poggiare troppo. Perché poi si piegano.
Duccio Trombadori

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