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Tasse, debito, deficit. Il cambiamento c’è, ma non fa un bel profumo

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

8 Maggio 2019 alle 06:00

Tasse, debito, deficit. Il cambiamento c’è, ma non fa un bel profumo

Pierre Moscovici (foto LaPresse)

Al direttore - Arrestati gli sblocca cantieri.

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - Le aziende non utilizzano la tecnologia solo per produrre più a buon mercato, ma se ne servono per offrire prodotti migliori. Negli Stati Uniti è il malfunzionamento dei negozi tradizionali che ne ha (in parte) determinato la scomparsa, mentre il boom dell’e-commerce ha creato più posti di lavoro di quanti ne sono stati persi. L’innovazione implica dei profondi cambiamenti culturali e organizzativi e questi passano sicuramente dal capitale umano. Chi vuole innovare non può improvvisare. Servono azioni di miglioramento delle competenze e delle conoscenze che diano strumenti concreti per orientarsi e navigare agevolmente in un mondo che evolve molto velocemente. Ricordiamoci che la “tecnofobia” è un virus antico. E chi pensa che la tecnologia distrugga posti di lavoro, commette un grande sbaglio. Auspichiamo tutti un cambio di rotta nelle politiche del governo: le poche risorse che abbiamo a disposizione, siano investite per stimolare l’economia, la formazione e l’aggiornamento continuo, non per alimentare l’assistenzialismo.

Andrea Zirilli

 

Al direttore - La mancata crescita storica di questo paese è da imputarsi all’alto livello di tassazione e ai costi degli eccessi di burocrazia. Una soluzione possibile viene individuata nella flat tax, piattaforma già realizzata per le partite Iva fino a 65 mila euro, da estendere anche ai dipendenti. Tre i grandi meriti potenziali: abbassare i livelli di tassazione, far aumentare (di conseguenza) la base imponibile, semplificare gli eccessi di burocrazia sul lato fiscale. Il problema però è un altro: come si fa a tassare all’ x per cento (15, 20, 25?) quando il paese ha almeno il 50 per cento del pil generato dalla spesa della Pa? Significa che il gettito restante andrà recuperato da qualche altra parte. Certo, potrebbe aumentare in modo significativo la base imponibile. Con un dubbio di fondo: tra 0, 15 o 20 per l’evasore incallito è sempre meglio zero. E’ per questo che possiamo provare a fare la flat tax ma, in realtà, abbiamo bisogno del Taeg delle tasse, un indice sintetico percentuale che ci faccia capire quanto paghiamo di tasse (Irpef, Ires, Irap, tasse locali, registro e bollo), in termini comprensibili anche a tutti sia per le persone che per le imprese. Una misura semplice e chiara a tutti per capire quanto paghiamo veramente.

Angelo Deiana, presidente Confassociazioni

 

Al direttore - La chiamano “porn law”: è la legge per evitare che i minorenni possano accedere a siti con contenuti per soli adulti; dovrebbe consentire al Regno Unito di diventare “il posto più sicuro per essere online”. Prevede che a quei siti si possa accedere solo esibendo dati di documenti (passaporti, patenti, carte di credito). A parte l’efficacia del provvedimento (i giovanetti che hanno messo a profitto gli insegnamenti digitali non avranno difficoltà ad aggirarlo usando i Virtual Private Networks; gli altri potranno accedere tramite i social, a cui la norma per il momento non si applicherà) ci sono i rischi derivanti dal mettere in rete dati che consentono di identificare persone adulte. Una delle aziende private che dovranno verificare questi dati appartiene a una società che possiede anche i maggiori siti pornografici; i dati degli utenti potrebbero venire collegati alla loro cronologia di ricerca, e magari rivenduti ad altri. Fin qui il Financial Times. Se tutte le storie hanno una “morale”, figurarsi questa. E’ per i governi: dovrebbe rammentargli che le loro azioni intenzionali (tutelare l’innocenza dei figli) hanno inevitabilmente conseguenze non intenzionali (mettere a rischio la privacy dei genitori). E renderli meno assolutisti quando chiedono ad altri (i social media) di fare cose (eliminare contenuti) che essi stessi hanno difficoltà a fare.

Franco Debenedetti

 

Al direttore - Ho apprezzato molto il tuo articolo di oggi sulla politica economica di Trump e sulle differenze, ahimé, con quelle del governo italiano appensantito soprattutto dall’assistenzialismo del M5s. La soluzione è invece abbassare le tasse soprattutto a chi deve competere. Dopo un certo tempo ho anche potuto condividere da cima a fondo l’articolo del mio amico Giuliano Ferrara. Sul piano culturale il nemico è il pensiero unico politically correct (e giustizialista), rischi di fascismo non ne vedo affatto (teniamo d’occhio l’antisemitismo che ha fonti trasversali, spesso islamiche o filoislamiche). Buon lavoro.

Massimo De Angelis

 

Fra i tanti populismi possibili, tra quello rigorista modello nordeuropeo e quello pro business modello trumpiano, il nostro paese, come abbiamo ricordato ieri sul Foglio, rischia di avere l’unico populismo che oltre a essere un danno per le libertà è un danno anche per l’economia. Speriamo di sbagliarci, così come si sono sbagliati molti osservatori che avevano pronosticato a causa dell’arrivo di Trump l’apocalisse economica negli Stati Uniti. Ma a giudicare dalle previsioni offerte ieri dalla Commissione europea sul futuro delle economie del nostro continente chi si sbaglia è chi sottovaluta la traiettoria imboccata dall’Italia del cambiamento. La crescita è la più bassa d’Europa (0,1). Il deficit salirà al 2,5 per cento nel 2019 e al 3,5 per cento nel 2020 (non comprendendo l’attivazione delle clausole di salvaguardia). Il debito schizzerà a quota 133,7 per cento quest’anno e 135,2 per cento il prossimo. In autunno le stime erano del 131 e 131,1 per cento. Il cambiamento c’è, e non fa un bel profumo.

 

Al direttore - Chi cerca libri buoni non va al Salone del libro di Torino. Chi ha a cuore una linea editoriale, un progetto, chi vuole conoscere cosa fa e dove vuole andare un editore pensante, non va al Lingotto, né oggi né mai. Certo, chi lavora in una casa editrice ogni tanto ci capita perché è pur sempre una fiera di settore come il Salone del mobile o il Vinitaly, ma se lavora sui libri per davvero, per tante ragioni poi non ci va. In primo luogo è una fiera in cui di tutto si parla meno che di libri: oggi il tema è il fascismo, ieri la Turchia e i curdi, ieri l’altro il precariato o il conflitto mediorientale… ogni anno devono inventarsene una per creare l’evento mediatico in grado di attrarre gente dal resto dello stivale che è molto lungo e quindi molto distante dal Piemonte. In secondo luogo chi fa libri si trova davanti un finto pubblico, gente non interessata ai libri ma lì deportata come le scolaresche o lì convenuta per assistere, previa coda estenuante, alla presentazione dei libri di Jovanotti, Littizzetto, don Ciotti, chef, calciatori, assessori, comici, fumettisti, giudici, nani e ballerine, tant’è vero che da alcuni anni ha aperto una postazione fissa anche la Zanzara, la trasmissione chiave dello Zeitgeist sfascio-populista. E poi visto che la direzione e il comitatone è tutto incentrato sulla narrativa italiana, dovrei andare a Torino per assistere alla presentazione dell’ultimo libro di Carofiglio o Missiroli? Insomma a Torino la maggior parte degli eventi è un succedaneo di concerti o studi televisivi, e la situazione è peggiorata dalla presenza degli stand delle regioni che nella migliore delle ipotesi stanno lì come agenzie di viaggio – vedi la regione Marche, ospite d’onore di quest’anno, che organizza spettacoli di danza (!), dibattiti sui mastri cartai di Fabriano o sui pittori marchigiani con Vittorio Sgarbi (chi non ha idee di norma invita Sgarbi), spazi regalati a editori dopolavoristi nel senso che fanno gli editori come hobby, dopo aver timbrato il cartellino da un’altra parte, tipo Altaforte visto che il famigerato direttore Francesco Polacchi per campare lavora in un’aziendina di abbigliamento, mica campa coi proventi dei libri su D’Annunzio a Fiume. Già, Polacchi, dopo le roboanti dichiarazioni di chi non va al Salone per antifascismo mi sono chiesto se ad esempio la splendida casa editrice Giuntina (ironia della sorte fondata da un editore di origini polacche) ci andasse o meno: certo che ci vado, dichiarava ieri Daniel Vogelmann sul Corriere fiorentino. Il Salone è una fiera dell’est, mica un circolo selezionato. Per alcuni anni, insieme con alcuni amici come Giovanni Damiani, a Trieste ho organizzato una fiera dell’editoria di progetto intitolata a Bobi Bazlen al Caffè San Marco, quando non andava ancora di moda ed era semivuoto tanto che Magris ci andava a leggere proprio perché era vuoto. Là gli editori erano invitati e ospitati per il loro valore di ricerca e ascoltati senza elementi di disturbo: Casagrande, Giuntina, Liberilibri, Nottetempo, Emilio Mazzoli, Eleuthera, Keller, Affinità elettive… vi sarà difficile scovarli a Torino, ammesso che ci vadano, persi come lo sono sempre stati fra gli stand di Scientology, del Grande Oriente d’Italia, di Radio Rai. Molto meglio allora la fiera del libro di Roma Più libri più liberi alla Nuvola o quella milanese Book Pride ai magazzini frigoriferi: avranno forse meno visitatori, ma certamente saranno tutti più interessati ai libri.

Manuel Orazi

 

Al direttore - Quando quattro anni fa la procura di Lecce sequestrò gli ulivi infetti da Xylella per impedirne l’eradicazione ordinata dal commissario di governo inserendolo nel registro degli indagati, Michele Emiliano annunciò che si sarebbe costituito parte civile e festeggiò l’inchiesta con queste parole: “La notizia del provvedimento di sequestro da parte della Procura della Repubblica di Lecce è arrivata come una liberazione. Questa strategia dell’eradicazione viene messa totalmente in dubbio dalle indagini effettuate da magistrati scrupolosi, prestigiosi e notoriamente stimati per la prudenza che li ha sempre contraddistinti nell'esercizio delle funzioni. Dobbiamo dunque riscrivere da zero le direttive da impartire agli agricoltori e a tutti gli altri soggetti interessati, che potranno consistere in tutti quegli atti e quelle azioni che non comportino l’eradicazione delle piante. Mi sento di dire che questo intervento è l’equivalente di quello della magistratura tarantina nel caso Ilva. La regione Puglia è persona offesa degli eventuali reati commessi e ai sensi dell’art. 90 del codice di procedura penale si riserva di indicare elementi di prova che possano contribuire all’accertamento della verità. In caso di rinvio a giudizio si costituirà parte civile nei confronti di tutti gli imputati”. Dopo 4 anni quella stessa procura chiede l’archiviazione delle indagini. Nel frattempo la Xylella ha distrutto paesaggio ed economia di tutto il Salento. Il commissario che ne chiese l’abbattimento dopo l’inserimento nel registro degli indagati si dimise. Michele Emiliano non potrà costituirsi parte civile, ma nel frattempo la sua strategia alternativa ha portato la Xylella fino a Monopoli. Nessuno pagherà per questo tranne tutti noi cittadini per i risarcimenti e la multa europea alle porte. Ovviamente non mancò l’appello degli intellettuali contro gli abbattimenti: la solita compagnia di erri De Luca, Ingroia e Vauro. Tra i firmatari alla voce scienziati c’era anche il professore di italiano del faccia a faccia con Di Maio a Taranto molto condiviso dal Pd. Oggi per fortuna quasi tutti hanno cambiato idea, e nessuno pagherà, tranne noi cittadini per i risarcimenti e la multa europea alle porte. Una sola considerazione: una sorta di immunità penale, come quella scritta per i commissari Ilva, avrebbe salvato il commissario dall’indagine e forse la Puglia dalla devastazione. Cambieranno idea anche su Ilva, la scienza alla fine vince sempre contro allarmismi, complottisti, e populisti.

Annarita Digiorgio

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