Governo superfisso. La teoria della crescita di Salvini e Di Maio si basa solo sulla spesa

Carlo Stagnaro

Nel mondo gialloverde la produttività e l’innovazione non contano. Ciò che muove il pil è la spesa pubblica. Ma così a crescere è solo il debito

Roma. “È mio dovere superare i vincoli europei se affamano le famiglie italiane”, ha detto Matteo Salvini a Porta a Porta. Il conseguente rialzo dello spread – rapidamente arrivato a quota 290 – ha spinto Luigi Di Maio a interpretare la parte del rigorista. Salvo poi rilanciare: “Io credo che possiamo parlare di sforare il 3 per cento ma tutte le misure devono avere un obiettivo: crescita sostenibile per ridurre il debito” (cosa possibile solo se il tasso di crescita del pil è superiore al deficit). Le posizioni dei due vicepremier sembrano opposte, ma in realtà sono coerenti tra di loro e, soprattutto, lo sono con la politica economica del governo. Il punto d’incontro tra l’attacco diretto del leader leghista alle regole fiscali europee e quello indiretto del capo politico del M5s sta nella sottostante teoria della crescita.

 

Essi sembrano credere, infatti, che l’economia sia un sistema semplice, dove tutte le variabili sono indipendenti da tutte le altre e dove nulla cambia mai. Sotto queste ipotesi, la disciplina di bilancio diventa un vezzo estetico, in quanto i tassi di interesse sui titoli di stato non hanno alcuna relazione con gli equilibri di bilancio, e la capacità dello stato di finanziare le proprie spese non dipende né dai tassi di interesse né dal gettito delle tasse. Si tratta di una versione particolarmente semplicistica di quello che Sandro Brusco ha chiamato “modello superfisso”: secondo i leader della maggioranza, la crescita dipende unicamente dalla spesa pubblica, e le modalità attraverso cui i suoi effetti sono distribuiti all’interno della popolazione dalla regolamentazione.

  

È da queste premesse che derivano le priorità di politica economica del governo. L’anno scorso, l’esecutivo ha dovuto rispettare il vincolo di bilancio (che esso rigetta in principio, e la cui esistenza attribuisce dunque alle imposizioni di Bruxelles). Dovendo prendere delle decisioni, Salvini e Di Maio non hanno esitato a sacrificare gli investimenti pubblici (la cui incidenza sul prodotto interno lordo è stimata, nel 2019, nel 3,2 per cento, contro il 3,3 per cento del 2018 e il 3,9 per cento del 2017) e quelli privati (con l’eliminazione di gran parte delle misure precedenti a sostegno delle imprese). Oltretutto, è probabile che perfino queste stime si dimostreranno ingiustificatamente ottimistiche, per una molteplicità di ragioni che vanno dal rallentamento dell’economia al blocco delle principali opere pubbliche fino al disorientamento nel management di realtà come Anas e Ferrovie. In realtà, quella del governo è una scelta razionale, rispetto alle sue stesse premesse: nel modello superfisso, la produttività e l’innovazione tecnologica non contano.

 

Ecco perché il ministro dell’Interno e quello dello Sviluppo economico hanno puntato tutto su provvedimenti finalizzati a far uscire le persone dal mondo del lavoro, anziché favorire un impiego più efficiente dei fattori della produzione: quota 100 e il reddito di cittadinanza. In tal modo, si aspettano due risultati: da un lato pensioni e sussidi si trasformeranno in consumi, che con la magia del moltiplicatore keynesiano faranno andare su di giri il motore dell’economia; dall’altro, la staffetta generazionale manterrà alta l’occupazione. Quello che non si può fare con la spesa pubblica, gli strateghi governativi lo affidano alla regolamentazione: la cosiddetta flat tax allevia il giogo sui professionisti, e non disincentiva la crescita dimensionale. Nel modello superfisso tutti procedono come dei lemmings, senza reagire al contesto; né, d’altronde, la dimensione delle imprese ha nulla a che vedere con investimenti, innovazione, produttività e capacità di creare valore. Le categorie messe in difficoltà dalla globalizzazione vengono protette: vedi l’ennesimo rinvio della Bolkestein ma anche le manovre antidelocalizzazioni (che per la verità germogliano su un terreno dissodato già sul finire della scorsa legislatura). In prospettiva, la medesima logica si applica alla proposta grillina di salario minimo: se i prezzi dei fattori non hanno valenza allocativa, e se l’efficienza del sistema economico non ha legame con le regole e la concorrenza, allora l’obiettivo della politica di dare di più a tutti non incontrerà ostacoli.

  

C’è un solo problema: la realtà. La politica economica del governo e le proposte che Lega e M5s stanno tirando fuori dal cappello (e, in parte, anche quelle del Partito democratico) sono coerenti con la loro teoria, ma questa teoria non regge alla prova dei fatti. Non è vero che la crescita dipende solo dalla spesa pubblica, né che ogni aumento di spesa produce più crescita; non è vero che tutte le forme di redistribuzione sono equivalenti né che la redistribuzione è priva di conseguenze; non è vero che concorrenza, investimenti, innovazione e produttività sono irrilevanti né che sono indipendenti gli uni dagli altri; non è vero che la capacità dello stato di finanziare le sue spese è scorrelata dai tassi di interessi o che questi ultimi non incorporano gli equilibri di bilancio del paese. In sintesi, non sono vere le premesse dei gialloverdi né i nessi causali che, secondo loro, governano la macchina economica. Cosa potrebbe mai andare storto?