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Le scissioni fanno male a chi le subisce ma anche a chi le fa. Occhio alle restaurazioni

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

7 Marzo 2019 alle 06:29

Le scissioni fanno male a chi le subisce ma anche a chi le fa. Occhio alle restaurazioni

Nicola Zingaretti (foto LaPresse)

Al direttore - Da Grillo al grilletto?

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - A proposito di dissimulazione onesta. Il generale Governale, direttore della Dia, con una telefonata estremamente cortese mi fa osservare che lui non ha mai detto, come riportato dall’agenzia Adnkronos, che Matteo Messina Denaro sarà “presto” catturato. Si è limitato a dire che la lunga latitanza del boss di Cosa nostra certamente finirà “ma non sappiamo quando”.

Giuseppe Sottile

 

Al direttore - Nicola Zingaretti, folgorante in soglio, promette discontinuità. Con quali politiche? Gli consiglierei di riflettere su di un brano dell’ultimo saggio di Alessandro Barbano: “L’appannamento della sinistra in Europa è figlio della timidezza e non dell’azzardo riformista”. E’ così anche per l’Italia.

Giuliano Cazzola

 

Se discontinuità significa passare dalla Rottamazione alla Restaurazione l’entusiasmo per la ritrovata vitalità del Pd durerà lo spazio di un weekend – yes weekend.

 

Al direttore - E’ strage di vitelli grassi nelle redazioni dei giornaloni, tutte impegnate a riaccogliere nelle file piddine una folla di illustri figliol prodighi. I quali, beninteso, più che dei figli hanno le fattezze anagrafiche dei padri (i quali a sinistra, si sa, qualche quarto di nobiltà lo hanno sempre) e soprattutto si sono allontanati dalla casa familiare non già per gozzovigliare, ma, sia chiaro, solo per non assistere all’immondo e incerto fornicare con qualche ideuzza liberale da parte dell’Intruso rignanese. Così il prof. Prodi ci informa che “la tenda si è già molto riavvicinata”. Così Letta ci dice che “è arrivato il momento di riprendere la tessera” perché il Pd ha cessato di essere antipatico (antipatia come nuova categoria dell’analisi politica, come evidentemente si insegna a Sciences Po). Così Veltroni, alato e poetico, vede nel Pd “una nuova luce”. Parola d’ordine comune a tutti: chiudere con il passato. Il sospetto di essere a pieno titolo parte di quel passato evidentemente non sfiora i tre, ma del resto il passato cui si riferiscono, quello di cui sradicare persino il ricordo, inizia, si sa, nel 2013. I giornaloni fingono di limitarsi a registrare, ma in realtà apparecchiano il desco per quel che pare un vero rito liberatorio: paginate su Zingaretti, retorica ad libitum sulla “ritrovata connessione emotiva” con un certo popolo, solita corte dei miracoli di cantanti, attori e cineasti, i quali tutti si sentono anch’essi finalmente di nuovo a casa, nella comfort zone di una sinistra che non saprebbero definire, ma che certo, questo lo sanno, è altro dall’Intruso, dal suo pasticciare con quello che per essi è un ossimoro: una sinistra liberale. L’esproprio alieno, e in ultima analisi destrorso, è finito e ora si potrà tornare ai riti antichi, all’eterodirezione del Pd da parte di Repubblica, con il suo pallosissimo lessico tardoazionista, populista e moralista, oppure da parte dell’ancor più esigente e manettaro Fatto, con quel suo “Pecorelli style” che fa scattare la character assassination non appena si sgarra dalla linea travagliesca. Il Pd espelle il corpo estraneo e manda a dire che non c’è trippa per noi due gatti liberali di sinistra (i proverbiali quattro gatti in Italia sono i liberali tout court), per noi ai quali piacque sperare, con cinismo di prammatica e senza sconti, nel Royal Baby. Poco male per noi. Un Foglio corsaro, e comunque mai etichettabile, per fortuna c’è ancora e una dimora a ore per una domenica elettorale la troveremo ancora con il criterio del meno peggio. Solo mi domando: ma l’Intruso lì che ci rimane a fare?

Giulio Massa

 

Dopo le europee, chi si sentirà intruso nel nuovo Pd avrà probabilmente un nuovo partito in cui riconoscersi. Ma quando questo succederà è bene ricordare una vecchia regola della politica: le scissioni fanno male a chi le subisce ma ancora di più a chi le fa.

 

Al direttore - Caro Cerasa, anche nella lotta alla droga, abbiamo un altro esempio di disaccordo nella compagine governativa. Il ministro dell’Interno presenta un ddl che inasprisce le pene detentive ed economiche per chi spaccia, eliminando anche il concetto di “modica quantità”. Le pene detentive passano da un minimo di tre ad un massimo di sei anni e le multe da un minimo cinquemila a un massimo di trentamila euro. Attualmente il decreto Lorenzin prevede la reclusione da sei mesi a quattro anni e multe da mille a diecimila euro e considera “uso personale” se la quantità di sostanza non è superiore ai limiti massimi indicati con decreto del ministero della Salute. In questi casi non è punito il possesso di sostanze stupefacenti. Eliminando il concetto di “modica quantità”, il rischio concreto è quello di colpire anche i consumatori. Qualche mese fa il senatore M5s, Matteo Mantero, presentò invece un disegno di legge che prevedeva la legalizzazione della coltivazione, lavorazione e vendita delle droghe leggere. Entrambi i ddl non danno risposte, ma intervengono in maniera parziale: togliendo la modica quantità si perseguono i clienti, l’anello debole della catena dello spaccio e si salvano i veri spacciatori e trafficanti di morte. La legalizzazione, invece, non dà un colpo alla criminalità organizzata. Nessuna legalizzazione può dare luogo a un mercato senza regole. Il mercato legale della droga, spingerebbe gli spacciatori a indirizzare la loro azione nel diffondere la droga a coloro che sono esclusi dal mercato legale, nel diffondere dosi superiori a quelle stabilite per legge, nel diffondere droghe nuove. Per combattere in maniera efficace contro la droga, la risposta deve essere integrata: occorre pensare, non solo all’offerta ma anche al lavoro di recupero e a un’azione di prevenzione che si traduca in un intervento sulla comunità nel suo insieme, affinché l’azione educativa, culturale e formativa coinvolga il più ampio numero di persone e non soltanto gruppi a rischio.

Andrea Zirilli

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