cerca

Aumenteranno le tasse. Un altro tassello dell'Italia del cambiamento in peggio

28 Dicembre 2018 alle 06:00

Al direttore - I dati sulla criminalità nelle Marche sono in diminuzione, dice Salvini per rassicurare dopo l’esecuzione mafiosa di Pesaro. Eccolo, se non statista, improvvisamente statistico.

Giuseppe De Filippi

A proposito di statistiche. Il cambiamento in Italia in effetti è sempre più forte: l’ufficio parlamentare di bilancio ieri ha detto che la pressione fiscale salirà il prossimo anno al 42,4 e l’anno successivo al 42,8. Oggi è al 42. Un abbraccio ai liberali per Salvini.

 


 

Al direttore - “Per noi uomini e per la nostra salvezza discese dal cielo, e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della vergine Maria e si è fatto uomo”. Così recita il Credo. “Per noi uomini e per la nostra salvezza”: il Natale, al di là e prima di ciò che ognuno può pensare, dice una cosuccia a noi post moderni suona sempre più inaudita e scandalosa ma non per questo meno vera, ossia che l'uomo ha bisogno di essere salvato. Eppure, a sentire certi dibattiti teologici o certa omiletica (che se possibile la fede te la toglie anziché confermartela) di parole come redenzione, dannazione, paradiso e inferno manco l’ombra. Sembra anzi che ampi settori ecclesiali siano più interessati alla salvezza dell’economia che non all’economia della salvezza. Come se Cristo si fosse lasciato maciullare così, per farci essere un po’ più buonini o magari per un mondo più giusto equo e solidale. E non perché dopo la morte esiste qualcosa di veramente orribile, come reale possibilità per ogni uomo. Anche per questo la lettura della fede e del Natale proposte ieri su queste colonne da Vito Mancuso non solo cozzano contro la realtà, esistenziale e morale, di ogni uomo o donna da Adamo ed Eva in poi ma, quel che è più grave, rappresentano per certi aspetti un anti-cristianesimo. Il motivo è presto detto: l’idea di una natura autonoma e in grado di auto-organizzarsi e di costantemente ri-generarsi, se applicata all’uomo in quanto “pezzo” di questa natura, porta dritti all’affermazione di un principio di auto-determinazione che in quanto non riconosce altra autorità al di fuori della propria coscienza in tanto rappresenta l’elevazione a valore di ciò che, all’opposto, nella tradizione cattolica è stato giustamente identificato come l’essenza del peccato originale: l’uomo che si fa dio di se stesso. Ciò che poi è la cifra di buona parte della modernità tout court, per lo meno di quella modernità che da Cartesio a Nietzsche passando per il razionalismo e Marx, ha storicamente prevalso. E il cui lascito, basti pensare solo agli orrori del XX secolo, è sotto gli occhi di tutti. “Conoscerete la verità, e la verità vi renderà liberi”, disse quel Gesù nato un 25 di dicembre (sì, proprio un 25 dicembre, anche la data è vera, come dimostrò il grande liturgista Tommaso Federici) di duemila anni fa. Mancuso, in scia a Teillard de Chardin, crede nel Mondo. Io invece, anche se ho smesso di credere a Babbo Natale, continuo a credere a ciò che Babbo Natale significa: la cura di Dio per i bisognosi, come peraltro dimostra l’origine di questa bellissima e saggia tradizione. Intanto, e contrariamente alla vulgata corrente, è bene ricordare che il personaggio in questione affonda le sue radici in una figura storica realmente esistita: San Nicola di Myra, dal nome di un’antica città dell’odierna Turchia, più noto come S. Nicola di Bari dove alcuni pescatori traslarono le reliquie del santo. Il nome di Santa Klaus, più diffuso nel mondo anglofono, deriva dall’olandese “Sinterklaas” che a sua volta altro non è se non la deformazione di Sankt Nikolaus, il nome sassone del santo. Ma anche l’usanza di portare doni ai bambini deriva dalle gesta di San Nicola. La tradizione secondo cui il barbuto vegliardo, guidando le sue renne, gira per le case portando regali nasce da un fatto di cui narra niente meno che Dante. Nel canto XX del Purgatorio il Poeta incontra Ugo Capeto, capostipite della dinastia francese dei Capetingi. Il sovrano evoca un esempio di generosità citando la “larghezza / che fece Niccolao a le pulzelle / per condurre ad onor la giovinezza”. Il riferimento è all'episodio in cui San Nicola dona a tre fanciulle, figlie di un padre caduto in miseria, tre borse ripiene di monete d’oro, introducendosi nottetempo nella loro fatiscente dimora. In questo modo salva le ragazze dalla prostituzione cui il padre intendeva avviarle per riscattarle dalla povertà. Anche qui, un gesto cristiano all’origine di una tradizione che, seppur secolarizzata, merita comunque di essere conservata. Recuperando magari il senso originario di quel gesto, che come si diceva è la cura di Dio per i bisognosi. Cura che proprio il Natale, con l’Incarnazione di suo Figlio, sottolinea alla massima potenza. A ben vedere, il Babbo Natale per eccellenza è Dio stesso, che ha donato all’umanità suo Figlio.

Luca Del Pozzo

 

Per chi crede e anche per chi non crede Natale significa molte cose. Ma una delle cose più belle sul Natale l’ha scritta Joseph Ratzinger nell’ultima delle tre meditazioni sul Natale scritte tra il 1959 e il 1960 sul tema della paura e della speranza. “La vera grandezza non risiede, in definitiva, nella grandezza delle dimensioni della natura fisica, ma in ciò che da esse non è più misurabile. In verità, ciò che secondo le misure fisiche è grande, è solo una forma molto provvisoria di grandezza. I veri e supremi valori, in questo mondo, si presentano sotto il segno dell’umiltà, del nascondimento, del silenzio. Ciò che nel mondo è grande, ciò da cui dipende in modo decisivo il suo destino e la sua storia, è quello che appare piccolo ai nostri occhi. A Betlemme Dio, che aveva scelto come suo popolo il piccolo e dimenticato popolo d’Israele, ha definitivamente posto il segno della piccolezza come segno decisivo della sua presenza in questo mondo”. E mai come quest’anno il Natale ci ha ricordato che il silenzio, a volte, è segno di grandezza.

 


 

Al direttore - Mi pare d’intravedere in alcune complesse e rispettabili analisi politiche, una spasmodica attesa del ritorno in Italia di tal Di Battista Alessandro, detto Dibba. Confesso che mi sfugge il senso di questa attesa e poi non è che siamo in così grave carenza di dispensatori di fesserie tanto da farli venire anche da fuori.

Valerio Gironi

Per chi avesse voglia di ricordare chi è Dibba, il Foglio sta preparando un comitato di accoglienza speciale con tutto il meglio dei diari di Dibba, che per quanto possano essere intensi e profondi non ci permetteranno però di capirne se nostro eroe Che o ci fa.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • maropadila

    28 Dicembre 2018 - 12:12

    È semplicemento assurdo che ci si debba occupare di una persona come Di Battista.

    Report

    Rispondi

Servizi