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Anne Frank ha descritto il male

Un saggio sugli errori che abbiamo fatto per renderlo meno doloroso

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

26 Gennaio 2019 alle 06:00

Perché i tifosi che scherzano su Anna Frank sono il segno di un nuovo nazismo

Anna Frank

Di sera al buio di frequente vedo camminare quelle file di buona gente innocente con bambini che piangono, sempre a piedi, comandati da un paio di quei ceffi, comandati e torturati fino a crollare per terra. Non si salva nessuno, vecchi, bambini, neonati, donne incinte, malati, tutti, tutti camminano insieme verso la morte.

Anne Frank, 19 novembre 1942


  

Se Anna Frank non fosse morta di tifo a Bergen-Belsen, sfinita e quasi nuda al gelo, all’inizio del 1945, un paio di giorni dopo sua sorella Margot, e un mese prima della liberazione, divorata dai pidocchi e dall’orrore, adesso avrebbe sessantotto anni e sarebbe uno dei più importanti scrittori del ventesimo secolo. “Era nata per essere una scrittrice”, dice Cynthia Ozick in “Di chi è Anne Frank?”, pubblicato per la prima volta sul New Yorker nel 1997, appena uscito per La nave di Teseo. E’ un appassionato, preciso, e per niente consolatorio saggio sull’appropriazione e sull’edulcorazione del diario di un’adolescente segregata e clandestina, divenuta al tempo stesso il simbolo dell’Olocausto e di un’amnesia collettiva.

 

Le parole di Cynthia Ozick fanno vergognare per quanto sono vere, documentate, evidenti. Per quante volte abbiamo pensato che in fondo Anna Frank ha scritto il diario di un’adolescente in una condizione “strana” (parole di Anna) e avventurosa, nascosta in una soffitta ma in fondo felice. Una come noi, piena di sogni e di speranze e di conflitti con la madre, e di grandiosa immaginazione e consapevolezza. E per quante volte abbiamo sorvolato, consolatori, superficiali e volgari, sul fatto che “lei e sua sorella Margot furono tra le 3.659 donne trasportate su un carro bestiame da Auschwitz fino alle impietose condizioni di Bergen-Belsen, lungo un desolato tratto di fango.

 

Non furono gasate subito solo perché avevano entrambe già compiuto i quindici anni, e quindi potevano lavorare. Ma il diario di Anna è talmente potente e vivido, che è in grado di far dimenticare la mostruosità, perché è monco, manca il finale. Ma noi tutti conosciamo il finale, e la scrittura lieve, arguta, complessa, speranzosa non può togliere verità e assolutezza al fatto che “la storia di Anne Frank, correttamente riportata, è irredenta e irredimibile”, scrive Cynthia Ozick, impetuosa contro questa distorsione operata sul Diario, servito anche a promuovere un’amnesia “rapidamente capace di tramutarsi in storia”. La storia dell’intima bontà dell’essere umano, la storia della luminosità di una ragazzina felice, la storia dell’“idealismo di Anne”, promossa con ostinazione dal padre Otto, sopravvissuto all’Olocausto e testimone e portavoce di sua figlia (del resto, chi più di lui?).

  

Ma Anna scriveva anche: “Nell’uomo c’è proprio l’impulso di uccidere, di distruggere, di uccidere, di assassinare e infierire”, non voleva dissimulare l’orrore del suo tempo. Non voleva occultare la realtà in nome della tenerezza e della “intima bontà dell’uomo”. Anna Frank è morta a causa dell’orrore dell’uomo. Ma nella corsa ad appropriarsi di Anna Frank c’è stata una decostruzione della verità, un appiattimento, perfino uno spettacolo teatrale a Broadway che ha vinto il premio Pulitzer (la vicenda è interessantissima) che ha presentato Anna Frank come una qualsiasi ragazza americana piena di vitalità. L’orrore è stato a poco a poco annientato. Hannah Arendt ha scritto: “Sentimentalismo scadente a spese di un’immane catastrofe” (In Giappone, “Anne Frank” è diventata una parola in codice per riferirsi al ciclo mestruale). Anne Frank è diventata una bene di consumo, un messaggio di pace. Di lei, della sua vita, del suo pensiero, è stato fatto di tutto. Ma sorvolare e addolcire il male, che ha nominato e vissuto, è un errore troppo grande.

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