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Abbiamo fatto di Roth ciò che volevamo per troppo amore

"Perché scrivere?" è il libro di cui non si può fare a meno

Annalena Benini

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benini@ilfoglio.it

3 Novembre 2018 alle 06:29

Abbiamo fatto di Roth ciò che volevamo per troppo amore

Philip Roth (foto LaPresse)

Ho chiuso anche con questa roba. Ho descritto il mio ultimo lancio del giavellotto e il mio ultimo album di francobolli e la mia ultima fabbrica di guanti e la mia ultima gioielleria e il mio ultimo seno e la mia ultima macelleria e la mia ultima crisi famigliare e il mio ultimo tradimento privo di scrupoli e il mio ultimo tumore al cervello del tipo che ha ucciso mio padre.

Philip Roth, “La spietata intimità della narrativa”
In “Perché scrivere, saggi, conversazioni e altri scritti 1960-2013” (Einaudi)

 


 

Non si può vivere senza questo libro. Non si può amare Philip Roth e non aspettare questo libro, per leggerlo nell’ordine che si preferisce. Ci sono saggi, interviste, conferenze, c’è uno scambio di lettere con Mary McCarthy, a cui Roth aveva mandato il suo romanzo “La controvita”, e lei gli scrive del libro a lungo e sinceramente. Lui le risponde punto per punto, e alla fine la saluta così: “‘Perdonami se tutto questo ti risulta sgradevole’. Avrei dovuto perdonarti se tu fossi stata ‘gradevole’. Tuo Philip”. C’è l’incontro con Primo Levi, a Torino nel 1986, fitto di domande e risposte. “Come mi era sembrato sano nei quattro giorni che avevamo trascorso insieme chiacchierando nel suo studio a Torino. Che uomo vivace! Radicato in modo invidiabile, ‘adattato all’ambiente circostante in tutti i suoi aspetti’. Nei mesi successivi ci tenemmo in contatto per lettera, e lo invitai a venirmi a trovare in America quando fossi tornato a casa l’anno successivo – ero sicuro di aver trovato un nuovo, splendido amico. Ma quell’amicizia non sarebbe mai sbocciata. In primavera Primo Levi si suicidò, quel grande scrittore che solo pochi mesi prima mi era parso, a giudicare dal modo espansivo e brioso che aveva di porsi, tanto sano e vivace e radicato”. C’è la lunga conversazione con Milan Kundera, nel 1980, quando Roth aveva quarantasette anni: “In un mondo fondato su sacrosante certezze il romanzo muore. Il mondo totalitario, sia esso fondato su Marx, sull’Islam o su qualunque altra cosa, è un mondo di certezze e non di domande, e in esso non c’è posto per il romanzo. In ogni caso a me pare che oggi in tutto il mondo la gente preferisca giudicare invece di capire, rispondere invece di domandare, così che la voce del romanzo può essere udita a stento in mezzo alla rumorosa imbecillità delle certezze umane”, gli aveva detto Kundera alla fine del secondo incontro, e certo Philip Roth ha tenuto in vita, continuandolo, accudendolo come un cuore palpitante, prendendolo in consegna da chi lo ha preceduto, il romanzo nella narrativa americana. Ma possiamo dire che Roth, essendo universale, è anche nostro, parla a noi, di noi, ci sta vicino, ci anticipa, ci stupisce, ci appartiene anche quando non vuole appartenerci. Leggere questa preziosa raccolta tradotta da Norman Gobetti significa incontrare un amico che credevamo di avere perduto. Invece è qui, vive e ragiona e spiega (molto ma molto meglio di noi che lo leggiamo) che cosa è per lui scrivere, che cosa ha fatto in tutti questi decenni, da quando ha iniziato a essere uno scrittore. “Rileggendo Lamento di Portnoy quarantacinque anni dopo, sono sbalordito e soddisfatto: sbalordito di aver potuto essere così temerario, soddisfatto di constatare di essere stato così temerario. All’epoca, mentre ci lavoravo, non potevo immaginare che non mi sarei più liberato di quel paziente in analisi che chiamavo Alexander Portnoy – anzi, che ero in procinto di barattare la mia identità con la sua, e che, da lì in poi, la mia personalità con tutti gli annessi e connessi sarebbe stata scambiata per la mia, e che le mie relazioni con persone sconosciute e conosciute sarebbero mutate di conseguenza”. Sì, è vero: abbiamo fatto di Roth ciò che volevamo, l’abbiamo scambiato con Portnoy, con Mickey Sabbath, con Zuckerman, perfino con lo Svedese. L’abbiamo fatto con cecità e con amore, per troppo amore. Adesso questo libro ristabilisce le distanze, restituisce il genio, la serietà, la letteratura, la visione del mondo, l’ebraismo, la dedizione costante alla scrittura. Non si può farne a meno.

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Commenti all'articolo

  • leless1960

    06 Novembre 2018 - 14:02

    Grazie, signora Annalena. Le scriverei una lettera d'amore, se non sembrasse scimmiottare il sommo scrittore di lettere d'amore, suo collega.

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