Il terribile alfabeto di fuoco

Distopia angosciosa in cui le parole dei figli uccidono i padri

9 Giugno 2018 alle 06:00

Il terribile alfabeto di fuoco

Foto di Roland Tanglao via Flickr

Essere il padre di Esther significa cercare con tutte le forze di non farmi sorprendere mentre le faccio da padre. Posso essere quella persona. Lo sarò.

Quando Esther tornerà, finalmente forte e sana, pronta a riprendersi il suo posto di figlia, potremo sederci davanti alla buca del nostro capanno e ascoltare insieme, come una famiglia, chini su quell’abisso da cui potrebbe giungere il pezzo mancante.

Ben Marcus, L’alfabeto di fuoco” (edizioni Black Coffee)

 


 

Ad ogni pagina sentivo crescere dentro di me la preoccupazione, poi l’orrore, poi la speranza che non fosse vero. Ci ho creduto eccome, a ogni pagina di questo romanzo che è distopico, horror e filosofico, perché indaga la comunicazione e il suo veleno, le parole dei figli che uccidono i padri. Se ci tolgono le parole, che cosa resta di noi? Leggere parole che raccontano il deperimento di due genitori, e di tutta l’America, a causa dell’alfabeto di fuoco dei figli, portatori sani di questo virus implacabile, è allo stesso tempo respingente e attraente: respingente perché è spaventosa l’idea di dover abbandonare i propri figli per salvarsi, e terribile l’immagine di questa ragazzina piena di vita che con la sua stessa esistenza, con la sua voce, condanna a morte i suoi genitori. “Esther lo faceva senza pensare, e lo faceva per se stessa, ma eravamo noi soltanto ad ammalarci. Ben presto, però, avremmo scoperto che succedeva anche ad altri. E altri e altri ancora. Le parole di Esther erano amore e noi, sua madre e io, continuavamo ad assorbirle, e le avevamo assorbite obbedientemente perché questa era l’aria che si respirava in casa, nostra figlia che cantava e parlava, scriveva e gridava”. Attraente perché sentiamo che questa storia richiama qualcosa che ci riguarda, una paura che ci accompagna: il veleno nelle parole, ma anche il nostro indebolimento di genitori di fronte alla forza dei nostri figli. Il Guardian ha definito questo libro un capolavoro, Michael Chabon ha detto che si è reso conto di avere tra le mani “un classico”, le edizioni black coffee hanno avuto il coraggio di tradurlo per l’Italia: la storia di una famiglia che non vuole arrendersi alla sua digregazione, il mondo ostile e appestato, descritto con un po’ di compiacimento per i dettagli che aiutano la sopravvivenza, ma soprattutto il nemico dentro casa, la figlia amatissima, adolescente conflittuale che si accorge presto che le basta aprire bocca per veder deperire i suoi genitori, e che non può essere ascoltata, sgridata, abbracciata, ma soltanto allontanata. Suo padre non vuole fare il guastafeste, vuole dividere momenti felici con la figlia, è un ebreo ricostruzionista, riflette sulle metafore e su bene e male, non si arrende ma vede sua moglie diventare una larva e più forte di tutto allora diventa l’istinto di sopravvivenza. “Il male arrivava con i ciao e gli a dopo e tutte le piccole cose che diceva, per quanto Esther non salutasse tanto spesso. Quando non usava il mio nome diceva ehi e papà. Uscendo di casa diceva bella e ci si vede, un gergo che condivideva con quei tirapiedi di genere neutro, incapaci di guardarti negli occhi, con cui si accompagnava, e io mi tiravo gli angoli della bocca con le dita per sorridere, anche se le labbra ricadevano flosce non appena abbassavo la mano”. Esther va in gita con la scuola, e loro rinascono. Quale condanna peggiore per l’umanità, dovere fuggire dai propri figli?

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