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Bar in streaming

Né vino né cocktail, solo Budweiser. “Horace and Pete”, stravaganza e soldi ben spesi

2 Novembre 2016 alle 06:18

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"Sei mai stato innamorato?", chiede Henry Fonda, sceriffo di Dodge City in “Sfida infernale”. “No, ho fatto il barista tutta la vita”, risponde l’uomo dietro al banco asciugando i bicchieri. Classe mai eguagliata e forse irripetibile. Il locale con l’insegna “Horace and Pete’s” ha cento anni, sta a Brooklyn, i baristi – un Horace e un Pete, la gestione si tramanda di padre in figlio – non sanno cosa sia la discrezione.

 

Gli ultimi discendenti sono Louis C. K. (Horace) e Steve Buscemi (Pete): come coppia comica e sfigata basterebbe. Si aggiunge Alan Alda, il Pete della generazione trascorsa, chiamato Uncle Pete per non fare confusione e libero di servirsi lo stipendio direttamente dalla cassa, secondo le sue necessità. Tra i comportamenti sanzionabili – o quantomeno bizzarri per la categoria: annacquano gli alcolici, fissano i prezzi a seconda del cliente (“lui beve qui perché abita all’angolo, tu vieni qui perché è figo, quindi la birra costa di più”), non servono vino né cocktail, e guai a chiedere una birra diversa dalla Budweiser. Hanno una zona per i cellulari, vietati al bancone.

 

 

“Horace and Pete” conserva del bar solo qualche funzione primaria stabilita dalla fiction, più che dalla vita. Accoglie gente più stravagante ancora dei proprietari-gestori e fa da sfondo alle discussioni politiche. Si comincia con Donald Trump, che quando la serie fu annunciata sul sito di Louis C. K (sta per Székely, cognome-scioglilingua del comico di origine ungherese) ancora combatteva la nomination repubblicana con Ted Cruz. Era il 30 gennaio scorso: dieci episodi in streaming o da scaricare, a prezzi variabili. 5 dollari per la numero uno (si compra per curiosità). Secondo episodio a due dollari (si cerca di agganciare il cliente). I restanti a 3 dollari ciascuno (ormai siamo presi, e sappiamo abbastanza dei personaggi per non riuscire a staccarci). Soldi benissimo spesi.

 

Louis C. K. ha scritto la serie, l’ha diretta, l’ha recitata, l’ha prodotta e l’ha finanziata di tasca sua dopo aver scelto gli attori: la politica dei prezzi da spacciatore è più che giustificata. Sono false e tendenziose invece le notizie secondo cui il progetto abbia condotto il comico sull’orlo del fallimento (è recente un accordo con la piattaforma Hulu). “Non è chiaro neppure se la possiamo ancora chiamare televisione”, azzarda il New Yorker davanti a tanta libertà. Non solo produttiva: a volte “Horace and Pete” ha l’andamento di una sitcom, a volte di un cupo dramma familiare, a volte si ride per i riferimenti d’attualità, a volte per le citazioni, a volte per certe universali “tragedie in due battute” su cui ci sarebbe da piangere.

 

Lo scazzo su Donald Trump finisce dichiarandolo “il candidato perfetto per una nazione in declino”. Hillary Clinton, va da sé, è una stronza: “E lo dico da liberal”, aggiunge Jessica Lange, una delle star che arricchiscono il cast. Edie Falco (era in “Nurse Jackie”, e prima ancora Carmela nei “Soprano”), è la sorella di Horace: vorrebbe chiudere il locale, che non dà profitti, e vendere (siamo a Brooklyn, potrebbero costruirci un grattacielo). Steve Buscemi ha finito le medicine e dà di matto. Dicono grassi ai grassi, una ragazza ha la sindrome di Tourette e insulta chiunque, un dialogo ha nella stessa frase Bambi e l’Olocausto. Fa bene Louis C. K. a lavorare da solo. Oggi sarebbe difficile far passare lo sketch sul “nazista della zuppa”, il cuoco che in “Seinfeld” strapazza i clienti. Gli algoritmi non hanno il senso dell’umorismo, e gli umani li imitano.

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