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Il disastro

Nel fallimento si vede la fede e la riuscita di un pontificato. La spinta a esistere e resistere

21 Marzo 2018 alle 06:17

Il disastro

Papa Francesco (foto LaPresse)

A cinque anni dall’elezione il bilancio del certificato di Bergoglio è negativo”, scrive Giuliano, di cui sempre apprezzo la meditazione profonda, sicché uomini audaci pensano che Papa Bergoglio abbia fallito e attenda la morte quale triste risultato della sua vita, e magari anche della nostra. Altri invece pensano che il Papa sia riuscito nel suo pontificato, e si rallegrano o cercano di rallegrarsi e convincersi. Io a dire il vero non so che dire ma qualcosa forse sì, penso che proprio nel fallimento, nel proprio fallimento, nel fallimento del fallimento, ci sia la riuscita. Là dove tutto è stranamente misterioso e opaco o fin troppo chiaro al bene o al male, dove la morte pare deridere i nostri sforzi, soprattutto quelli del Papa, ecco un qualcosa di potente emergere: noi esistiamo là dove violenta la disperazione ci coglie e ci raccoglie, là dove il nulla ci sconforta e spinge a esistere, a insistere.

 

Nessun trionfo, dunque, ma ben altro, una miseria senza pari, un pianto senza fine, un disgraziato, questo il Papa nella sua grandiosa bassezza, un disastro che è un astro più che mai lucente nella sua nebbia. Là dove tutto è perduto, tutto cantando tace e tacendo canta in un addio che del truce amore è amoroso odio, e cantano i versi di chi morendo alla morte, nasce. Abbandonando Francesco, Dio lo salva quando, d’un tratto, a mezzanotte s’ode il corteo invisibile che passa con musiche sublimi e canta la Tua sorte ingloriosa grande glorioso Papa. Non piangere Frate, non ti sarà permesso. Dalle sfere infinite uomo mai pronto, coraggioso saluta Roma che Ti saluta. Dì pure che si trattò di un sogno e ti tradì l’udito vinto dalle vane speranze, le più gloriose. Come a Te si addice, sempre più degno avvicinati con passo fermo alla Sacra Finestra, e ridi.

 

Cieco io, sordo e imbecille fin dalla nascita e per Grazia Divina, non vedo e più non sento traccia di chiesa, eppure la vedo, anche se cieco e crudele nel mio credere; la chiedo qua e là, e quel qua è là, e mi guardo attorno: tanti vegliano e il Papa piange e sospira, quel che ci colma del più dolce dei nulla. Papi e non più Papi, esseri salutanti viaggiano per nubi chissà dove: lì vi è quel che non essendoci parla al di là. Mi sconvolgo quando la bestemmia che un tempo non conoscevo ora esce violenta dal mio petto, testa infuocata guardandomi attorno, cercando la mia voglia di uccidere e di fuggire e, così come ancor più violenta è la immediata richiesta di perdono, che arriva solo per chiederne un’altra, di bestemmia, imperdonabile perdonata sempre, giorno e notte al punto che mi chiedo se sono pazzo. Lo sono, grazie a Dio, penso che Dio sia ancor più folle di un tempo, quando esitava di creare l’uomo. Bestemmia, Buon Dio, contro la pochezza della nostra idiozia! Occorre ben altro! Quando ci senti o ci vedi persone per bene, mostraci che davvero lo siamo, miserabili esseri, amabili cani, stupendi lupi.

 

Don’t cry for us dear Papa, non essere triste, fa di più, fallo fino in fondo a una tristezza inaudita, un qualcosa di spaventoso e mirabile, che se ti mordi le unghie viene via tutto, e quel tutto è la Fine, nel senso migliore che ci spaventiamo un po’, alla brava, Bergoglio, tu che venisti dalla Fine del Mondo daccene uno peggiore, stupendo, per onorarti senza fine. La Fede ci abbandona, le Vocazioni impazziscono? La Fede impazzisce le Vocazioni cantano, Alleluja! Credo nelle Macerie, nei Preti infelici, nei miracoli derisi, nelle Ostie che cadono di mano. Lui affranti ci vuole perché la Fede mai ci abbandoni. Brama che brancolanti Lo si ami di disperato Amore, Lui che dispera di tornar quaggiù va tu e della bocca audace portagli il fiore che per tua cortesia ci farà molto onore più delle valli e i fiumi, più delle nubi estive più dei sapienti libri delle rive fatate, dei canti delle vele spiegate perché la Fede ci abbandoni e mai ci abbandoni, perché la Morte invocare si possa e ancor più la Rosa, la sapiente Labbra, Sposa divina tuberosa del mare messicano, strega di Dio anello, di fatale orgoglio più di ogni… Di ogni cosa.

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