Terrorist Art

Il capolavoro di infamia del “bravo ragazzo” Mohamed e quel supplemento di oscenità

4 Marzo 2015 alle 06:15

Terrorist Art

Da qualche giorno ha un nome, Mohamed Emwazi, e così appare un po’ più umano, pochino ma sufficiente per distendersi sul lettino di questa rubrica e dire la sua. Niente di nuovo, beninteso, di Mohamed già abbiamo udito le parole che con tono sentenzioso annunciano la verità, vale a dire la morte; però, nel frattempo, altri hanno parlato di lui, dando forma e colore alla sua paranoia. Notevole la testimonianza di una sua professoressa: “Scoprimmo che si arrabbiava spesso. Lavorammo molto per aiutarlo con la sua ira e perché controllasse le emozioni, e lui ne fu grato”. C’è da crederci; “thank you Mister, thank you Miss”, perfettamente padrone di sé il giovanotto poté eludere la sorveglianza della polizia inglese e andarsene in Iraq. Ben lo dipingono anche le parole di Asim Qureshi, direttore di Cage, organizzazione umanitaria che si occupa “delle comunità colpite dalla guerra al terrorismo”, sigla di fenomenale ambiguità grazie alla quale definire Mohamed “un bravo ragazzo, gentile, modesto, una delle persone migliori che conosco”. Un’ardita pennellata d’iperrealismo che dà il suo contributo alla messinscena di Mohamed Emwazi, profeta, performer, presentatore tivù e boia.

 

Le pubbliche decapitazioni esistono da sempre e il lodato Secolo dei Lumi non risparmiava al popolo l’eccitante visione dei candidi colli delle aristocratiche fanciulle ghigliottinate in Place de la Révolution; anche allora i boia erano artisti stimati in base alla precisione del taglio e del gesto di porgere al pubblico la testa mozza grondante sangue, il rinomato Sanson mostrò in vari scritti di esserne totalmente consapevole e fiero. In fatto di Slaughter Art Mohamed offre un notevole contributo: la sabbia del deserto è un gran bello sfondo, così come l’arancione delle vittime di contro l’azzurrissimo cielo, e la ieraticità del boia nero si staglia. La tecnologia fa la sua parte. Se le ragazze sgozzate dai senzamutande su ordine degli intellò robespierriani vivono nelle commoventi pagine che loro dedicò Chateaubriand nei “Mèmoires”, ora basta accendere la tivù per vedere Mohamed all’opera. Sempre in tivù anni fa abbiamo potuto ammirare l’impiccagione del pessimo Saddam Hussein in un lugubre scantinato: anche lì gli uomini erano tutti neri, ma tanti, una gran confusione, più una tetra bolgia infernale che un azzurro paradiso. I boia di Saddam erano umani, l’angelo nero del deserto viene da un infinito non luogo, da un irreparabile non logos.

 

Sulla scia della Terrorist Art di Emzawi, i barbuti dell’Is si danno da fare. Che facciano a pezzi le statue di dèi, eroi e re dell’antichità per ubbidire al precetto coranico, non è da credere, dal momento che essi idolatrano le immagini, innanzitutto le proprie, immortalate nell’atto di fracassare tutto quel che incontrano. Detestano l’antichità, ne sono invidiosi? Ma no, la distruggono solo per farci arrabbiare, sanno quanto ci teniamo a queste care anticaglie. Peraltro il nostro strepitare e convocare l’Onu suona ridicolo, è farli contenti. Sarebbe meglio restare impassibili, al massimo un’alzata di spalle, forse passerebbe loro la voglia. Mai dare soddisfazione ai carnefici, mai pubblicamente piangere per le ferite. Piuttosto segnarle una a una e tutte ricordarle alla resa dei conti. Sarebbe un bel gruppo marmoreo in stile pompeiano cementare, barba compresa, i soldati dell’Is e ricostruire così il parco di Ninive; chissà che gli affilati giapponesi, che al loro morto hanno promesso eterna vendetta, non stiano pensando a qualcosa del genere.

 

Per intanto trionfa la Terrorist Art. Niente ha scandalizzato i presidenti e noi tutti quanto il gesto omicida di Mohamed, più raccapricciante di un allegro mercato spappolato dall’armata cintura di una bambina di sette anni. Per quanto insostenibile possa risultarne la visione, i corpi dipinti sui muri non impressionano quanto la lama seghettata del “bravo ragazzo”. C’è un supplemento di oscenità in quel coltello che passa e ripassa sul collo di un altro uomo, segandolo; c’è un grado altissimo di perversione per via della confidenza che la mano del carnefice ha con il collo della vittima, un collo che trabocca innocenza, una bocca costretta a insultare la patria, a rinnegare una vita degna, a morire detestandosi. Complimenti bravo ragazzo Mohamed, un capolavoro d’infamia.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi