Arieccoli

Nicoletta Tiliacos

A Roma non si può mai stare tranquilli, signora mia, e questo è più che mai vero per il sabato. E’ rarissimo, a memoria di civis, che quel giorno “pien di speme e di gioia” sia lasciato a placide e metaforiche contemplazioni leopardiane a base di donzellette.

A Roma non si può mai stare tranquilli, signora mia, e questo è più che mai vero per il sabato. E’ rarissimo, a memoria di civis, che quel giorno “pien di speme e di gioia” sia lasciato a placide e metaforiche contemplazioni leopardiane a base di donzellette, garzoncelli e vecchierelle, o comunque al pigro struscio in zona centro con sereno finale in pizzeria, dove l’unico brivido di incertezza è dato dalla scelta tra margherita o capricciosa. In genere, il sabato romano è dedicato a cortei, presìdi, comizi – ci fu anche il tempo dei girotondi, come i più anziani ricorderanno; e non mancano le improvvisate come quella di Angela Merkel a Trastevere, sabato scorso, con il rione impacchettato come non mai per motivi di sicurezza. Il sabato romano, insomma, è il momento giusto per tutto ciò che l’effervescenza politica del momento sa inventarsi per animare la vita degli indigeni, altrimenti destinati a impigrirsi nella ben nota e tanto spesso condannata apatia locale. E’ forse per questo che il comizio della Lega di Matteo Salvini più CasaPound a piazza del Popolo, previsto per domani, con annesso controcorteo di sinistra ostile e centri sociali, si configura più come il noioso ma inevitabile arrivo di un acquazzone che come qualcosa di cui prender nota per altri motivi. La grande città che tutto digerisce e appiattisce – e a volte, bisogna ammetterlo, è una fortuna – non mancherà di digerire e appiattire le citate manifestazioni, ridotte implacabilmente all’ennesima volta “che ci hanno fatto scendere dall’autobus e siamo dovuti andare a piedi, mannaggia, perché c’era il solito casino al centro.

 

Ma non era meglio se ne stavano (o ce ne stavamo) a casa?”. Ed è un vero peccato che Salvini, CasaPound, Sel e gli antagonisti dimostrino ancora una volta di non capire nulla di questa città che fu definita “la meno sudata d’Italia, la meno proletaria e la meno borghese, disponibile a qualsiasi rito di partito, di scuola, di gruppo, lasciandosi corteggiare o aggredire, adoperare o vilipendere” (Edgardo Bartoli, “La civiltà del malumore”, Elliot). E’ la città dove cade nel vuoto e nel commento distratto (“Ancora!”) anche la maldestra mezza profezia, rilanciata dal Corriere della Sera, del sindaco a due ruote. Ignazio Marino avrebbe ventilato ai consiglieri capitolini l’incombere di altri centoventi avvisi di garanzia nell’ambito dell’inchiesta “Mafia capitale”. Lo ha smentito il titolare dell’inchiesta, Pignatone (“evidentemente io e lui non abbiamo le stesse informazioni”, ha detto il magistrato), e Marino ha poi spiegato che era stato frainteso. Gesto inutile, perché tanto il romano non crede davvero né alla prima versione né alla smentita. Il romano crede solo a quello che vede, figuriamoci a quello che gli raccontano o che addirittura racconta un politico. In questi giorni, per dire, il quesito più appassionante per la città riguarda il set di 007: sarà vero o no che l’attore Daniel Craig si è fatto un bernoccolo contro il tettuccio interno dell’Aston Martin sbatacchiata dai sanpietrini, tanto che è dovuto tornare a Londra per riprendersi? Fosse vero, i romani quotidianamente sbatacchiati potrebbero almeno dirsi che questo succede, a sottovalutare Roma.

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