Ode agli esperti

Il Foglio Tech a Venezia. Diffidiamo della tecnologia, ma è la scienza, e non la politica, che produce ricchezza. Piero Angela spiega perché

7 Maggio 2018 alle 10:23

Ode agli esperti

Piero Angela e Maurizio Crippa al Foglio Tech di Venezia

Pubblichiamo il testo dell’intervista di Maurizio Crippa a Piero Angela alla prima edizione del Foglio Tech Festival che si è svolto sabato 28 aprile presso la Scuola Grande della Misericordia, a Venezia.

 


 

Maurizio Crippa. Avere la pretesa di presentare Piero Angela, è un po’ come venire a Venezia e pretendere di essere i primi a dire quant’è bella Venezia. Saltiamo quindi i preliminari. Possiamo solo ringraziare Piero Angela per la sua curiosità, come metodo di lavoro, come metodo di vita. Piero Angela ha detto spesso che la politica nella storia, e soprattutto nella storia recente, non ha mai prodotto nulla di buono per l’umanità, mentre la scienza e la tecnologia hanno fatto il progresso. Perché la scienza conta di più e come dobbiamo utilizzarla?

 

Piero Angela. Scienza e politica, un discorso importante. C’è un po’ la percezione che la politica sia lo strumento per arrivare a un maggiore benessere, a una ricchezza maggiore. La politica in realtà non ha mai prodotto ricchezza nella storia dell’umanità. Per secoli e millenni ha lasciato la gente povera, analfabeta, ammalata, con una vita grama e breve. Perché mancavano le “macchine per realizzare i sogni”. La ruota è stata una grande invenzione, ma farla girare è stata la vera scoperta: abbiamo sentito anche oggi qui, quanto è importante l’energia. Il petrolio, per esempio, è un bene, sappiamo quanto strategico, per quanto oggi meno di una volta, ma non è mai stato una ricchezza, lo è diventato quando un signore ha inventato un sistema per far muovere con il petrolio dei pistoni e poi delle ruote. E’ stato allora, quando le ruote sono entrate nei campi, che è cambiato tutto. Io sono figlio tardivo, mio padre era nato nel 1875: era un uomo dell’Ottocento, contemporaneo di Garibaldi, che avrebbe potuto correggergli i compiti. Ma mio padre ha visto anche la bomba atomica. Pensate che cambiamento c’è stato. Mia madre, nata nel 1893, ha visto gli astronauti atterrare sulla Luna. Il mondo ha conosciuto una rivoluzione tecnologica impensabile. Questa rivoluzione tecnologica ha comportato il fatto che, ad esempio, i contadini, che all’epoca di mio padre erano il 70-80 per cento degli italiani e lavoravano a mano, improvvisamente si sono trovati a vivere stravolgimenti eccezionali e a vedere migliorare in maniera estrema produzione e produttività. Si capisce così che questi fatti sono dirompenti per la struttura sociale ed economica di un paese, oltre che per la sua educazione. Siamo passati dall’analfabetismo di massa all’educazione di massa. E’ cambiata in modo straordinario la condizione della donna. Si tratta di cambiamenti epocali, di una “moltiplicazione dei pani e degli oggetti” che fa crollare i prezzi dei prodotti rendendo così tanti di quei prodotti finalmente accessibili, così come accessibile a tutti è diventata la possibilità di leggere e aggregarsi. La scienza, madre della tecnologia, ha portato a cascata a livelli di educazione, valori, democrazia, che non esistevano in passato. In un paese democratico, la gente è istruita, sa aggregarsi, organizzarsi, opporsi, informarsi attraverso i mezzi di comunicazione. Tutto questo cambiamento, la “macchina della ricchezza”, deriva più dalla scienza che dalla politica. E nel momento in cui una nuova rivoluzione tecnologica è in corso, la scienza conta di più e possiamo utilizzarla per progredire ancora.

  

 

 

Crippa. Noi però viviamo in un momento in cui la democrazia sembra fare fatica a gestire tutto questo, anche a partire da una mancanza di educazione e dai media che non sanno dominare queste trasformazioni, e le trasformano in allarmismi. A questo proposito, ti rubo una battuta. Ti ho sentito raccontare che negli anni Cinquanta, da giornalista radiofonico a Torino, ogni mattina c’era la riunione telefonica con la redazione centrale di Roma. Un giorno la redazione di Genova propose la notizia del varo di una grande nave. La risposta del caporedattore fu: “Il varo ci interessa solo se va male”. Tu lo racconti come significativo di come i media giochino sull’allarmismo e sulla sicurezza. Noi giornalisti giochiamo sullo spavento, mentre dovremmo uscire dall’incapacità di essere all’altezza della complessità del mondo.

 

Angela. Per me quella è stata la prima grande lezione di giornalismo. Funziona tutto ciò che emoziona. Purtroppo la scienza non ha la stessa capacità di emozionare che hanno le notizie di disastri o delitti. Non possiamo uccidere il regista in diretta per fare ascolti! E dobbiamo basarci sulla nobile emozione. Se per vivere ti è necessario vendere i giornali o fare ascolti, devi ricorrere a un tipo di informazione e di programmi che riesca a catturare un largo pubblico. “Quark” sopravvive da 37 anni in prima serata su RaiUno, la collocazione più difficile e con la pubblicità più pagata. Riusciamo a stare a galla anche perché quasi sempre “vinciamo la serata”, come si dice: facciamo ascolti combinando alla cultura e alla mentalità scientifiche la capacità di raccontare.

 

Ma tornerei al rapporto tra scienza e politica, perché non vorrei dare un’impressione sbagliata. La politica è molto importante. E’ importante perché distribuisce ricchezza, anche se non dobbiamo dimenticare che questa ricchezza è prodotta da un’altra “macchina”. Una mucca, per esempio – una volta ne ho portata una vera nello studio televisivo – è un ingranaggio della macchina, in quanto producendo latte, produce ricchezza. Il politico attinge con un grande mestolo a questa ricchezza: per la casa, la sanità, le pensioni, le scuole. E il mestolo è più o meno ricco a seconda delle scelte prioritarie di chi l’ha in mano. Al di là di questo, la politica ha il compito di fare in modo che il cambiamento profondo che avviene nella società sia gestito, diretto e orientato nel modo giusto, di dare l’opportunità a tutti di crescere e capire l’importanza dell’investire per esempio in ricerca, di avere un sistema di trasferimento tecnologico che funzioni, di utilizzare al meglio, in altre parole, la macchina straordinaria che ha a disposizione.

 

Crippa. Le persone però, in genere, hanno paura della tecnologia. L’incubo moderno è il robot che ruberà i posti di lavoro. E spesso i media giocano ad aumentare questa percezione negativa.

 

Angela. Tutto questo porta a una cultura prescientifica o antiscientifica. Lo vediamo nel campo della medicina. Anni fa ho fondato insieme a un gruppo di scienziati il Cicap, il Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze. Sul tema dei vaccini, il Cicap ha avuto la soddisfazione di essere associato all’attività dell’Istituto superiore della sanità e dell’Ordine dei medici. In più, d’accordo con il ministero dell’Istruzione, andiamo anche nelle scuole per raccontare il nostro lavoro di indagine scientifica e critica nei confronti del paranormale, dei misteri e dell’insolito. A maggior ragione oggi, vista la diffusione di idee e affermazioni pseudoscientifiche a sostegno di terapie di non provata efficacia, di teorie del complotto e leggende urbane che spesso si mimetizzano con un linguaggio scientifico, ma sono prive di qualsiasi riscontro effettivo.

 

Crippa. In Italia in effetti abbiamo un grosso deficit di cultura e di educazione scientifica… siamo umanisti. Questo genera un sospetto anche solo sull’essere esperti di materie scientifiche. E invece avremmo bisogno di questa cultura più razionale, meno emotiva.

 

Angela. Le generazioni si sono allungate. Quando è nato mio padre, l’aspettativa di vita era di 42 anni. Quando sono nato io non era aumentata di molto, era di 52. Adesso, grazie a tutti i presidi sanitari e a una vita migliore per igiene e assistenza, la speranza di vita è arrivata a 80 anni. Però si studia nei primi vent’anni di vita, se va bene. Ci sono persone che hanno difficoltà ad adattarsi al mondo che cambia, per questo è necessaria un’informazione permanente. A scuola l’insegnamento è rivolto al passato: si insegna la storia il latino, il greco, la storia dell’arte, la storia della letteratura. Poi si insegna la scienza. Un risultato, alla distanza, è che, se non ha mai letto Leopardi, anche uno scienziato può essere considerato un analfabeta. Del non sapere niente di scienza, invece, in altre professioni a volte ci se ne fa un vanto.

 

Il punto però forse è un altro: nelle scuole italiane spesso si insegnano le materie scientifiche, matematica, biologia, fisica… ma non la scienza. Non la sua etica e la sua filosofia. Servirebbe insegnare il metodo della scienza e servirebbe insegnare anche l’etica e la filosofia della tecnologia, cioè la capacità di capire il suo ruolo dirompente in ogni campo. Se oggi parliamo di intelligenza artificiale, vediamo bene che ha conseguenze a largo spettro ovunque. La tecnologia è come l’acqua che entra dappertutto. Bisognerebbe insegnare che non viviamo in un mondo naturale, ma in un mondo artificiale, un mondo che l’uomo ha sistemato e reso efficiente. I giardini non sono mai esistiti in natura, sono un insieme di piante fatte crescere in modo artificiale. Un campo di grano non esiste in natura, così come un allevamento di polli. E queste tecnologie, per quanto primitive, sono ciò che ci consente di dare da mangiare a tutti. Con l’evoluzione siamo arrivati a tecnologie ben più complesse: ecco perché servono gli esperti, ovvero persone con le giuste competenze, e sistemi politici capaci di organizzare il tutto. Dopo tanti anni che faccio questo mestiere oso dirlo: in Italia siamo pieni di scienziati, abbiamo persino una specie di vocazione naturale a essere bravi scienziati, siamo creativi anche nella scienza. Lo si vede fra l’altro nell’assegnazione delle borse di studio europee o al Cern di Ginevra, dove gli italiani sono il gruppo più numeroso. Non mancano le intelligenze, insomma, ma la capacità di gestirle, perché le intelligenze non gestite si sbriciolano, vanno perse in mille rivoli, si scontrano con le contraddizioni e le burocrazie. Ciò che manca insomma, è un’intelligenza di sistema. E questo richiede anche una visione di prospettiva, da parte della politica.

 

Crippa. E a chi fa comunicazione, la capacità di trasmettere questa idea. La capacità di fare buona informazione.

 

Angela. Posso fare l’esempio della televisione. Sono il più vecchio in Rai, ci lavoro dagli inizi degli anni Cinquanta, ho battuto ogni record. La Rai viene accusata di tante colpe, in parte ne ha, però è un’azienda che potrebbe dare tantissimo al paese se fosse aiutata dalla politica, ma la politica si occupa della Rai soprattutto per la parte dell’informazione, per essere presente nei telegiornali, nei dibattiti. L’aspetto culturale è penalizzato dagli ascolti, che comunque bisogna rincorrere, per avere i bilanci in regola, per poter pagare gli stipendi. La Rai dovrebbe essere liberata da questa angoscia di dover sempre fare ascolto, e per questo tipo di programmi dovrebbe ottenere un’attenzione particolare, dal punto di vista economico. Occorre poi puntare su una selezione di giovani immaginativi, creativi… Ma nella televisione l’aspetto della selezione oggi è trascurato e questo impedisce l’ingresso di nuove generazioni che continuino e amplifichino il rapporto con il pubblico.

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