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un foglio internazionale

Un nuovo medio oriente. La versione di Gilles Kepel

Il professore emerito sulla guerra all’Iran, la crisi della Rivoluzione islamica, il lascito di Netanyahu e la ricomposizione della regione. L’asse con i Fratelli musulmani. L'articolo su L'Express

A poco più di due anni dal 7 ottobre 2023, l’attacco contro l’Iran da parte di Israele e degli Stati Uniti, desiderosi di rovesciare il regime dei mullah, e la morte della Guida suprema Ali Khamenei rappresentano l’episodio più spettacolare della riconfigurazione del medio oriente. Professore emerito all’Université Paris Sciences et Lettres e fine conoscitore dell’islamismo, Gilles Kepel aveva già analizzato questi cambiamenti in atto nel suo libro “Le Bouleversement du monde” (Plon). Per L’Express, l’autore del saggio “La Revanche de Dieu” (Seuil) mette in prospettiva questo attacco voluto da Donald Trump e Benjamin Netanyahu, analizza la risposta iraniana e decifra il complesso gioco dei paesi arabi. Se con la morte di Khamenei, ultima figura della rivoluzione del 1979, si volta una pagina storica, Kepel spiega al settimanale francese perché l’islamismo politico non ha ancora detto l’ultima parola in medio oriente. 

Ali Khamenei è l’ultima e più prestigiosa “vittima” di un ciclo di violenza iniziato il 7 ottobre 2023? Da quel sanguinoso attacco deciso da Yahya Sinwar, i “proxy” iraniani, Hamas, Hezbollah o il regime di Bashar al-Assad, sono stati decimati…

“Per quanto ne sappiamo, Sinwar non aveva chiesto il permesso all’Iran per attaccare il 7 ottobre 2023. Credendo di distruggere Israele, il capo militare di Hamas si è reso colpevole di hybris. Ha spinto Israele a una terribile repressione a Gaza, con il risultato che il mondo intero si è rivoltato contro lo stato ebraico, ma ha anche dato a Benjamin Netanyahu la possibilità di distruggere militarmente Hamas e poi Hezbollah attraverso l’‘operazione dei cercapersone’ che ha sbalordito gli strateghi militari, così come di liquidare il regime di Bashar al-Assad in Siria, cosa non da poco. Ora è il turno dell’Iran. E’ un fenomeno sbalorditivo”, dice all’Express Gilles Kepel. 

“Oggi il regime iraniano deve reagire con forza alla morte di Khamenei e di altre figure di potere, senza però scatenare un fulmine sulla testa dei mullah. Non eravamo abituati a vedere i residenti di Dubai, venuti per la sicurezza e per non pagare troppe tasse, filmare hotel di lusso colpiti dai missili. Questo crea un forte senso di ansia nella regione. A ciò si aggiunge un attacco iraniano contro una base britannica a Cipro. I missili iraniani possono colpire un paese membro dell’Unione europea. Ma questa escalation rischia di provocare una terribile risposta da parte degli Stati Uniti”, secondo Kepel. Che aggiunge: “Ci troviamo in una situazione in cui tutti hanno bisogno di agire il più rapidamente e con la massima forza possibile, perché non hanno tempo da perdere. Trump ha bisogno di una vittoria rapida. Non può permettersi un conflitto che si protragga nel tempo, a causa dell’avvicinarsi delle elezioni di metà mandato e di una base Maga che ha votato contro le operazioni esterne e che avrà difficoltà a capire come si possa spendere una fortuna per questi interventi mentre l’inflazione rimane alta. Da parte iraniana, c’è una dimensione quasi suicida. E’ difficile capire come il sistema possa reggere. Per ora, i pasdaran controllano ancora le strade. Ma dopo la morte di Khamenei, si sono sentiti clacson e grida di gioia dalle finestre”. 

Netanyahu è già il grande vincitore di questo attacco storico? “Un successo militare in Iran non farà vincere le elezioni di metà mandato a Trump. Ma Netanyahu ha bisogno di farsi perdonare l’impreparazione militare che ha portato al pogrom del 7 ottobre. L’operazione contro Hezbollah era già una grande vittoria per lui. Ma se riuscirà a sradicare la minaccia iraniana, diventerà il leader più prestigioso di Israele dalla sua indipendenza, oltre al suo record di longevità come primo ministro. Sarebbe per lui un notevole vantaggio politico”, spiega il professore emerito dell’Université Paris Sciences et Lettres. 


Questa guerra in Iran e la morte di Khamenei chiudono anche il ciclo storico iniziato nel 1979, anno della rivoluzione islamica di Ruhollah Khomeini. 

“Il 1979 è l’anno della rivoluzione islamica iraniana, ma anche dell’invasione dell’Afghanistan che ha alimentato il jihad mondiale, e dell’assalto alla Mecca che ha costretto il regime saudita a diventare più islamista dei suoi oppositori religiosi… L’uccisione della Guida suprema iraniana segna effettivamente una svolta storica. Nel 1979, la rivoluzione islamica aveva istituito il primo stato moderno che mobilitava l’islamismo politico. Ma per l’Arabia Saudita oggi nulla è certo. I wahhabiti sono stati messi sotto controllo dal principe ereditario Mohamed bin Salman. Ma nel caso in cui le opportunità di lavoro diventassero sempre più complesse, il regime saudita dovrà nuovamente fare affidamento sull’islam”, dice all’Express Kepel.

“Anche prima di questo attacco contro l’Iran, erano in atto importanti cambiamenti nel Golfo, a causa di un crescente antagonismo tra l’Arabia Saudita e gli Emirati Arabi Uniti, compensato da un riavvicinamento dei sauditi con il Qatar e l’Egitto. Gli Emirati hanno sostenuto il Somaliland, ovvero una secessione della Somalia in cui Israele ha degli interessi. Finanziano anche le Forze di supporto rapido (Rsf) di Hemetti in Sudan. Sostengono il maresciallo Haftar in Libia e hanno cercato di accompagnare la creazione di un regno sud-arabico nello Yemen. Oggi sono persino accusati dall’Algeria di finanziare il movimento per l’autodeterminazione della Cabilia. Gli Emirati hanno una politica marittima, alla maniera dell’impero veneziano, mentre l’Arabia Saudita è un impero terrestre, contrario alle divisioni territoriali. Riad si è così unita all’Egitto, che rifiuta la divisione del Sudan, ma allo stesso tempo vive grazie alle iniezioni economiche degli Emirati”.

E ancora: “L’Arabia Saudita si sta avvicinando soprattutto all’asse dei Fratelli musulmani nella regione, con il Qatar e la Turchia, che non sono ostili all’Iran. Non dimentichiamo che i Fratelli musulmani e il regime iraniano sono vicini, poiché la rivoluzione iraniana del 1979 ha incarnato una lettura della fratellanza da parte dei mullah. Khamenei, che non era un ayatollah, ma un teologo di rango molto inferiore, aveva tradotto in farsi il teorico radicale Sayyid Qutb”. 

Per Kepel “sarà necessario seguire queste ricomposizioni in medio oriente in funzione della situazione iraniana. Per l’Arabia Saudita, che prima del 7 ottobre 2023 era piuttosto disponibile a aderire agli accordi di Abramo, un avvicinamento a Israele sta diventando sempre più difficile da gestire politicamente e socialmente. Da qui il passaggio all’asse coi Fratelli musulmani. Non è impossibile immaginare che l’Iran stia oggi cercando una via d’uscita avvicinandosi a questo asse, approfittando di una ricomposizione che si sta concretizzando in sordina, con un raggruppamento di paesi che temono Israele e rifiutano gli Emirati”.

(Traduzione di Mauro Zanon)