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L'America difenda Jimmy Lai e i dissidenti
“Il mondo libero nutriva interesse per Solgenitsin, Sacharov e Sharanskij in Urss, o Biermann, Havel e Walesa nell’Europa centrale”, scrive Bret Stephens sul New York Times
Una volta ero seduto con Jimmy Lai su una remota spiaggia di Hong Kong mentre mi raccontava la storia della sua vita” scrive Bret Stephens sul New York Times. “Di come sua madre fosse stata portata in un campo di lavoro dopo l’ascesa al potere del Partito comunista nella Cina continentale. Di come il massacro di Piazza Tienanmen del 1989 avesse galvanizzato il suo attivismo politico. Di come avesse fondato il quotidiano pro democrazia Apple Daily con lo slogan ‘Una mela al giorno toglie i bugiardi di torno’. Dalla spiaggia siamo andati a pranzo e abbiamo parlato di politica, filosofia politica e libertà religiosa. Era il 2009, pochi anni dopo che Jimmy aveva vinto uno scontro con il governo di Hong Kong su una proposta di legge sulla sicurezza che avrebbe distrutto le libertà di Hong Kong, libertà che erano state presumibilmente garantite per cinquant’anni dopo che la Gran Bretagna aveva restituito il territorio alla Cina nel 1997 con la promessa di ’un pese, due sistemi’. Ma era chiaro allora che Pechino non aveva alcuna intenzione di mantenere la parola data e lo è diventato ancora di più dopo l’ascesa al potere di Xi Jinping. Ciò è culminato in proteste di massa nel 2019 contro una legge sull’estradizione, una violenta repressione della polizia, l’arresto di Jimmy l’anno successivo e la chiusura dell’Apple Daily l’anno dopo. Jimmy, che ha già trascorso cinque anni in isolamento, è stato condannato a vent’anni di carcere, una condanna all’ergastolo di fatto per un uomo di 78 anni, ormai malato. Cinquanta o quarant’anni fa, il mondo libero nutriva un profondo interesse per nomi come Solgenitsin, Sacharov e Sharanskij nell’Unione Sovietica, o Biermann, Havel e Walesa negli stati prigionieri dell’Europa centrale. Ancora nel 2007, George W. Bush partecipò a una conferenza di dissidenti a Praga, sottolineandone l’importanza per una politica estera americana che non si limitasse a un mero omaggio formale alla causa delle società libere. La situazione cambiò dopo il 2008, quando la Realpolitik – mai assente dalla politica estera statunitense – tornò a ruggire. Nel 2009, Hillary Clinton si recò a Pechino come segretario di stato e dichiarò che le questioni relative ai diritti umani in Cina ‘non possono interferire con la crisi economica globale, la crisi globale del cambiamento climatico e le crisi della sicurezza’. In altre parole, c’erano affari più importanti da trattare. Con Trump, la politica statunitense è diventata ancora più transazionale e immorale. Marco Rubio ha rilasciato una breve dichiarazione chiedendo alla Cina di concedere a Jimmy una ‘libertà condizionale umanitaria’. Non basterà. Ciò di cui Jimmy ha bisogno non è la clemenza di uno stato totalitario. E’ una campagna globale a suo favore da parte di persone perbene che capiscono che nei dissidenti come lui risiede la causa della libertà umana, la sua nobiltà e necessità, contro nemici spietati. Sanno anche che quei dissidenti sono anche l’arma più efficace del mondo libero, perché nulla è più pericoloso per una dittatura del connubio tra coraggio e coscienza nel cuore del suo stesso popolo. Un giorno, si spera, avremo un’amministrazione che capirà tutto questo”. (Traduzione di Giulio Meotti)
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