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Soltanto la crescita ci rende più uguali

Chi più cresce più redistribuisce. I falsi miti della sinistra smontati dal City Journal: solo la prosperità porta a standard di vita più alti e di conseguenza a maggiore eguaglianza

19 Febbraio 2018 alle 10:59

Soltanto la crescita ci rende più uguali

Banconote da un dollaro (foto Public domain pictures)

"I fautori del libero mercato, a volte, vincono le elezioni. In America, però, non stanno vincendo la storia”. Esordisce così, sul City Journal, una lunga analisi della storia economica degli Stati Uniti dell’accademico Amity Shlaes. “Negli ultimi anni, il consenso circa il passato americano si è spostato a sinistra. E poi ancora più a sinistra. La storia americana non è più una storia di opportunità, o di trionfo militare e politico. La nostra è diventata, piuttosto, una storia di torti, razziali e sociali. Ai torti bisogna rimediare, dunque si deve imporre l’eguaglianza dei risultati.

 

La campagna per l’eguaglianza si riversa perciò in un campo meno ovvio, uno che altrimenti fungerebbe da utile contrappeso alle non proprio empiristiche affermazioni di chi fa studi umanistici: l’economia. In una disciplina che un tempo sosteneva il potere dei mercati, si sta affermando l’assioma secondo cui l’eguaglianza di reddito porta alla prosperità collettiva e dunque alla realizzazione dell’utopia della sinistra. Gli insegnanti, gli editori, e sopratutto i professori negano l’evidenza del contrario. Le università stanno guidando il cambio di rotta ideologica, e la popolazione segue. Oggi i millennials, quelli nati tra il 1981 e il 2000, superano in numero i baby boomers (nell’ordine di milioni) e i sondaggi mostrano che essi sostengono redistribuzioni fiscali, in particolare, e l’intervento governativo, in generale, molto più dei loro predecessori.

 

Almeno per ora, la maggior parte dei progressisti riconosce che i mercati e la crescita economica sono necessari. Ma i progressisti nelle università sostengono che la crescita si è dimostrata essere secondaria rispetto agli sforzi verso l’eguaglianza: qualcosa, insomma, che dev’essere sfruttato, più che apprezzato. L’impulso redistribuzionista ha portato sotto le luci della ribalta certe metriche come il coefficiente di Gini, così chiamato per Corrado Gini, uno scienziato sociale italiano (contrario alla redistribuzione) che sviluppò questa misura statistica della distribuzione dei redditi circa un secolo fa. I progressisti, però, usano metriche sbagliate e hanno una concezione della storia anacronistica. Il labirintico coefficiente di Gini è inadatto a cogliere il dinamismo dell’economia americana: nel nostro paese l’innovazione porta a maggiore ricchezza, che poi si riversa sul resto della popolazione. Le campagne per l’eguaglianza non portano automaticamente alla prosperità. Piuttosto, la prosperità porta a standard di vita più alti e di conseguenza, nelle democrazie, a maggiore eguaglianza. Il defunto Simon Kuznets, che teorizzò che le società le cui economie crescono di più alla fine diventano più eguali, aveva ragione: la crescita non può essere messa in secondo piano. Dare la priorità all’eguaglianza, rispetto ai mercati e alla crescita, danneggia i mercati e la crescita e, sopratutto, gli individui a basso reddito per cui i campioni della giustizia sociale sostengono di combattere”.

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