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Non è l'algoritmo che ruba il lavoro. È la società che può lasciare soli i lavoratori

Il rischio  non è tecnologico: è politico, sociale, culturale

Per mesi abbiamo parlato dell’intelligenza artificiale come si parlava un tempo delle cavallette: arriva, divora, devasta, sostituisce. E’ un racconto comodo, drammatico, perfetto per il dibattito pubblico. Ma non è il racconto più intelligente. La questione, infatti, non è semplicemente quali lavori l’AI colpirà di più. La questione è chi, tra i lavoratori colpiti, avrà la forza, il reddito, l’età, le competenze e il contesto giusto per adattarsi. E chi invece no.

   


Testo realizzato con AI


  

E’ qui che il fenomeno diventa interessante. E anche più inquietante. Perché i dati richiamati da un recente lavoro di Sam Manning e Tomás Aguirre mostrano una verità meno urlata e più utile: esposizione all’AI e capacità di adattamento spesso viaggiano insieme. Molti lavoratori molto esposti all’intelligenza artificiale sono anche relativamente ben attrezzati per cambiare ruolo, aggiornarsi, ricollocarsi. Su 37,1 milioni di lavoratori americani nel quartile più alto di esposizione all’AI, 26,5 milioni si trovano in occupazioni con capacità di adattamento sopra la mediana. Ma esiste uno zoccolo duro di 6,1 milioni di lavoratori, pari al 4,2 per cento della forza lavoro considerata, che invece cumula i due svantaggi: alta esposizione e bassa capacità di adattamento. Sono concentrati soprattutto nei ruoli clericali e amministrativi. Detta in modo meno accademico: non basta chiedersi se l’AI sa fare una parte del tuo lavoro. Bisogna chiedersi se, quando quella parte verrà automatizzata, tu avrai un piano B. Ed è qui che casca il mondo. Perché due professioni possono essere entrambe minacciate, ma non allo stesso modo. Web designer e segretarie risultano entrambe molto esposte all’AI, ma divergono radicalmente nella capacità di adattarsi. I primi hanno spesso competenze trasferibili, esperienza ibrida, maggiore mobilità. Le seconde molto meno. Il problema, dunque, non è solo la sostituzione di compiti. E’  la distribuzione asimmetrica delle vie d’uscita. C’è poi un altro dato che dovrebbe impedire ogni discussione pigra: i lavoratori più vulnerabili sono in larga parte donne. Secondo la ricostruzione riportata dal Washington Post sulla base dell’analisi GovAI-Brookings, circa l’86 per cento dei lavoratori più vulnerabili si concentra in occupazioni femminili. Non è un dettaglio statistico.  
Qui si dovrebbe fermare il catastrofismo e cominciare la politica. Anche perché gli stessi studi invitano alla prudenza. L’esposizione all’AI non equivale a licenziamento inevitabile; misura piuttosto quanto i compiti di un’occupazione potrebbero cambiare.   Le previsioni sul lavoro distrutto dalle tecnologie spesso sono state sbagliate: si è detto che gli Atm avrebbero cancellato i bancari, che altre forme di AI avrebbero decimato i radiologi, che certe innovazioni avrebbero fatto sparire interi mondi professionali. Alcuni mestieri sono tramontati, certo, ma altri sono nati. E soprattutto: non abbiamo mai avuto un grande talento nel prevedere esattamente quali. Dunque che cosa dovremmo fare, se vogliamo occuparci del tema in modo intelligente? Prima di tutto smettere di parlare genericamente di “lavori sostituiti” e cominciare a parlare di “transizioni assistite”.   E significa anche una piccola rivoluzione culturale. L’AI non va raccontata solo come una macchina che fa meglio ciò che facevamo noi. Va capita come una macchina che cambia il valore relativo delle competenze. A quel punto la domanda decisiva diventa: quali competenze restano umane, quali diventano più preziose, quali possono essere combinate con l’automazione invece che schiacciate da essa? Il fenomeno, insomma, non ci dice che il lavoro finirà. Ci dice qualcosa di più scomodo: che il futuro del lavoro non sarà deciso solo dalla tecnologia, ma dalla qualità della nostra intelligenza politica. Se useremo l’AI per liberare energie e accompagnare i più fragili, avremo una transizione. Se la useremo con l’indifferenza di chi guarda solo ai costi, avremo una selezione sociale mascherata da progresso. E allora sì, il problema non sarà l’intelligenza artificiale. Saremo noi.