L'AI può aiutare a tradurre i libri, ma può davvero capire una storia?
La polemica tra traduttori e tecnologia e un esperimento in Francia
Immaginate di dover tradurre una frase di F. Scott Fitzgerald. In una lettera alla moglie Zelda lo scrittore scrisse: “You are the finest, loveliest, tenderest, most beautiful person I have ever known”. Sembra una frase semplice, ma tradurla non lo è affatto. Quante parole diverse esistono per dire “lovely”? E soprattutto: quale scegliere?
Testo realizzato con AI
E’ da qui che parte la riflessione di Sophie Hughes, una delle traduttrici letterarie più apprezzate del momento e giudice dell’International Booker Prize. Secondo lei esiste un solo modo per tradurre correttamente una frase come quella di Fitzgerald: essere umani. Aver provato emozioni, aver amato qualcuno, aver sentito davvero il peso delle parole. Solo così si può capire quale parola scegliere tra molte possibili.
Il problema è che questa convinzione oggi è messa alla prova da una novità che sta facendo discutere il mondo editoriale. La divisione francese della casa editrice Harlequin ha deciso di sperimentare un sistema di traduzione assistita dall’intelligenza artificiale. L’idea è semplice: una prima versione del testo viene prodotta dalla macchina e poi revisionata da un traduttore umano. Il risultato, secondo l’azienda che ha sviluppato il software, potrebbe ridurre di circa la metà il tempo necessario per tradurre un libro.
Per molti traduttori questa prospettiva è inquietante. L’associazione francese dei traduttori letterari ha reagito con una lettera durissima, accusando gli editori di favorire una cultura del “good enough”: traduzioni abbastanza buone da essere pubblicate, ma non abbastanza buone da essere davvero letteratura. Il rischio, secondo loro, è una spirale al ribasso che impoverisce i libri e svaluta il lavoro creativo dei traduttori. Eppure la realtà è più complicata di quanto sembri. L’intelligenza artificiale ha già trasformato gran parte del lavoro di traduzione. I testi tecnici, i siti internet, i manuali e i documenti aziendali vengono sempre più spesso tradotti da software automatici. Molti traduttori raccontano che questo tipo di incarichi – il lavoro che pagava le bollette – è quasi scomparso negli ultimi anni. La traduzione letteraria, però, è un’altra cosa. Un romanzo non è soltanto una sequenza di parole. È ritmo, ironia, sottintesi culturali, giochi linguistici, registri emotivi. Tradurre un libro significa spesso riscriverlo. Non basta capire il significato di una frase: bisogna capire perché quella frase è stata scritta proprio così.
Thierry Tavakelian, uno dei responsabili del progetto di traduzione assistita usato da Harlequin, sostiene che i traduttori non dovrebbero temere la tecnologia. L’obiettivo, dice, non è sostituire gli esseri umani ma aiutarli. Il software produce una prima versione, ma la qualità finale dipende sempre dal lavoro del traduttore. In molti casi – sostiene – i lettori non riescono nemmeno a distinguere tra una traduzione fatta interamente da un umano e una traduzione in cui l’intelligenza artificiale è stata usata come strumento.
La verità probabilmente sta nel mezzo. Per alcuni generi – manuali, saggi divulgativi, libri di cucina – l’intelligenza artificiale può essere un aiuto potente. Per altri, come la narrativa più sofisticata, il problema è molto più complesso.
Prendiamo una frase di un romanzo. Un algoritmo può tradurne il significato letterale. Ma può capire l’ironia? Può cogliere il ritmo di una frase? Può decidere di cambiare l’ordine delle parole per rendere meglio l’effetto stilistico dell’originale? La risposta, almeno per ora, sembra essere no. Ma il punto vero è un altro. La discussione sulla traduzione letteraria è in realtà una versione ridotta di un dibattito molto più grande: quello sul rapporto tra intelligenza artificiale e lavoro creativo. I traduttori sono stati tra i primi a trovarsi davanti a questa trasformazione. In un certo senso sono stati il canarino nella miniera: il segnale di quello che potrebbe accadere anche in altri settori culturali.
Non è detto che la conclusione sia catastrofica. Molte tecnologie che sembravano destinate a distruggere un mestiere hanno finito per trasformarlo. La fotografia non ha eliminato la pittura. Il computer non ha eliminato gli scrittori. E’ possibile che accada qualcosa di simile anche con la traduzione. Forse in futuro i traduttori lavoreranno in modo diverso. Useranno strumenti nuovi, correggeranno testi generati da algoritmi, si concentreranno sugli aspetti più creativi del loro lavoro. Ma resterà una cosa che nessuna macchina può fare davvero. Capire perché una frase, in un romanzo, riesce a farci sentire qualcosa.