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Trump scopre che il mondo non si governa da soli

Le minacce che non servono. Nella crisi dello Stretto di Hormuz, il presidente americano è costretto ad ammettere che senza alleati l’America non basta. Un fatto politico

C’è un modo facile di leggere le ultime parole di Donald Trump sulla Nato, sull’Europa e sulla guerra con l’Iran: il modo facile è dire che non c’è niente di nuovo, che il trumpismo resta se stesso, che il presidente americano continua a usare il linguaggio della minaccia, dell’umiliazione, del ricatto, del conto da presentare agli alleati. Ed è vero. Trump ha detto al Financial Times che la Nato avrebbe un “very bad future” se gli alleati non aiutassero gli Stati Uniti ad aprire e proteggere lo Stretto di Hormuz. Ha aggiunto che l’Europa è beneficiaria di quel passaggio strategico e che quindi deve contribuire, e ha allargato il discorso perfino alla Cina, evocando anche un possibile rinvio del summit con Xi Jinping. Non è il linguaggio di un leader occidentale classico. Non è il lessico di chi considera le alleanze una comunità di destino. E’ il lessico di chi vede tutto come una contrattazione: noi abbiamo aiutato voi, adesso vediamo se voi aiutate noi. Trump lo dice quasi così, con la brutalità di sempre: noi siamo stati “sweet”, dolci, con l’Ucraina e con l’Europa; ora tocca a voi dimostrare che la Nato non è una strada a senso unico. E quando spiega che cosa si aspetta dagli alleati, non usa nemmeno il vocabolario nobile della corresponsabilità: chiede “whatever it takes”, cioè navi, sminatori, uomini, capacità operative, tutto quello che serve.

 


Testo realizzato con AI


 

Dunque sì: bisogna restare critici. Perché Trump continua a ragionare come se l’ordine internazionale fosse un albergo in cui ognuno deve pagare il proprio conto alla cassa. Continua a trattare gli alleati non come partner strategici ma come clienti morosi. Continua a usare la Nato non come una cornice di sicurezza condivisa ma come una clava polemica. E continua ad avere un riflesso politico piuttosto rozzo: prima disprezza i legami, poi pretende obbedienza; prima dileggia gli europei, poi si irrita se Londra non manda subito le navi che lui vorrebbe; prima predica l’America First, poi scopre che perfino per presidiare un collo di bottiglia marittimo serve una coalizione. Ma proprio qui, dentro questa rozzezza, c’è un elemento interessante. Anzi: c’è un elemento che, se uno volesse sforzarsi di essere ottimista come l’irresponsabile direttore del Foglio, meriterebbe di essere messo in evidenza. Trump si sta accorgendo che la realtà è più forte dell’ideologia trumpiana. Lo Stretto di Hormuz non è una conferenza stampa, non è un comizio nel Midwest, non è una rissa televisiva contro Bruxelles. E’ un’infrastruttura geopolitica del mondo reale. Da lì passa una quota enorme dell’energia mondiale. Se viene chiuso, o anche solo reso instabile, i prezzi schizzano, i mercati si agitano, l’Europa soffre, l’Asia soffre, l’economia globale soffre. Lo stesso articolo ricorda che circa un quinto del petrolio mondiale transita da lì e che il prezzo del greggio è già salito in modo sensibile dall’inizio del conflitto. Davanti a un fatto così, anche il presidente più ostile al multilateralismo deve inchinarsi alla geografia, ai flussi, alle interdipendenze.
 

Le grandi potenze possono illudersi di fare da sole. Poi arriva il mondo vero, e le costringe a cercare alleati. Trump non lo ammetterà mai con eleganza. Però lo sta ammettendo con i fatti. E per i nemici del trumpismo, paradossalmente, questa non è la notizia peggiore.