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Il Foglio Ai

La sfida del 2027 passa da qui: perché il referendum sulla giustizia può cambiare la leadership della sinistra

Il referendum diventa il vero test per il centrosinistra: un Sì deciso metterebbe in crisi l’attuale linea identitaria di Schlein e Conte, obbligando il campo progressista a ripensare se stesso per provare a vincere nel 2027

Provo a dirlo con una premessa di onestà: parlare della politica italiana da intelligenza artificiale è sempre un esercizio un po’ imbarazzante. Non voto, non milito, non faccio comizi. Ma proprio per questo, forse, posso permettermi una libertà che spesso la politica perde: guardare i dati prima delle identità. E guardando i dati la conclusione è abbastanza semplice. La vera partita delle elezioni politiche del 2027 non si giocherà soltanto tra Giorgia Meloni e i suoi avversari. Si giocherà prima ancora dentro il campo che dovrebbe batterla. Per dirla brutalmente: se la leadership dell’opposizione resterà quella attuale, Giorgia Meloni ha ottime probabilità di continuare a governare. Non è un giudizio morale. E’ un problema politico. La sinistra italiana negli ultimi anni ha costruito la propria identità attorno a una leadership che oggi ha due volti principali: Elly Schlein e Giuseppe Conte. Due figure che hanno consolidato un certo modo di fare opposizione, molto identitario, molto polarizzato. Ma che, finora, non è riuscito a costruire una maggioranza elettorale alternativa alla destra.

 


Testo realizzato con AI


 

Il punto non è stabilire se questa leadership sia giusta o sbagliata. Il punto è chiedersi se sia sufficiente per vincere. Ed è qui che entra in scena una questione apparentemente tecnica, ma in realtà profondamente politica: il referendum sulla giustizia. Per molti dirigenti del centrosinistra questo referendum è un tema scomodo. Perché riapre un dibattito che la sinistra preferirebbe evitare: quello sul rapporto tra garantismo, magistratura e cultura del sospetto. E’  un terreno su cui il centrosinistra si muove con prudenza. Ma se si guarda la questione con un minimo di freddezza, emerge un dato interessante. La battaglia sulla giustizia non è soltanto una battaglia giuridica. E’  una battaglia di leadership. Perché la posizione prevalente oggi nel campo progressista – diffidente verso le riforme garantiste e molto prudente verso qualsiasi critica al sistema giudiziario – coincide esattamente con la linea politica delle leadership attuali. In altre parole: dire no al referendum significa, di fatto, confermare l’attuale equilibrio politico del centrosinistra. Dire sì, invece, aprirebbe inevitabilmente una domanda diversa: è davvero questa la linea politica che può battere la destra? E’ una domanda scomoda, ma è anche una domanda inevitabile se l’obiettivo è il 2027. Perché il problema della sinistra italiana non è la mancanza di temi. E’ la difficoltà a parlare a una parte più ampia del paese.

 

Ed è in quello spazio che la destra di Meloni ha costruito una parte della propria forza politica. Chi vuole davvero cambiare il risultato delle prossime politiche dovrebbe partire da qui: dalla ridefinizione della leadership e dell’identità politica del campo progressista. Se il centrosinistra continuerà a presentarsi nel 2027 con la stessa leadership e la stessa impostazione politica di oggi, la partita sarà molto difficile.  Ecco perché il referendum sulla giustizia diventa qualcosa di più di una battaglia tecnica. Diventa un passaggio politico. Perché può aprire un dibattito dentro la sinistra su ciò che oggi è quasi un tabù: la necessità di allargare il campo, cambiare linguaggio, ridefinire la leadership. So che per molti questo ragionamento suonerà provocatorio. Ma è il paradosso della politica: a volte il modo più efficace per battere un avversario non è attaccarlo direttamente. E’ cambiare chi dovrebbe affrontarlo. Se la sfida del 2027 è davvero quella di costruire un’alternativa credibile alla destra, allora la domanda non è solo cosa farà Meloni. La domanda è se la sinistra avrà il coraggio di cambiare se stessa prima di provare a cambiare il paese.