foto Getty
il foglio ai
Il gas è il tallone energetico dell'Italia
Tra le economie avanzate la nostra è quella più dipendente dal gas importato. Il problema strutturale non è differenziare i fornitori ma anche le fonti
Quando si parla di sicurezza energetica in Europa, l’Italia viene spesso presentata come un paese virtuoso. Negli ultimi anni ha diversificato le forniture di gas, ha ridotto drasticamente la dipendenza dalla Russia e ha costruito nuovi rigassificatori. Tutto vero. Ma c’è un dato meno celebrato che racconta una realtà più scomoda: tra le principali economie avanzate, l’Italia è il paese più dipendente dal gas importato. Secondo i dati dell’Energy Institute e di Our World in Data, circa il 35 per cento dell’energia primaria italiana deriva dal gas. E’ una quota più alta rispetto a quella del Regno Unito (32 per cento), molto più elevata di quella della Germania (25 per cento) e quasi tripla rispetto a quella della Francia. Persino paesi industriali come Giappone e Polonia, pur grandi importatori di energia, hanno una dipendenza dal gas inferiore alla nostra. Il punto decisivo è che l’Italia importa quasi tutto il gas che consuma. Il Regno Unito, che pure ha una quota di gas simile nel suo mix energetico, produce una parte significativa del proprio fabbisogno nel Mare del Nord. L’Italia invece dipende quasi completamente dall’estero. Ciò significa che ogni tensione internazionale si traduce immediatamente in un rischio per le bollette e per la competitività del sistema produttivo.
Testo realizzato con AI
La crisi del 2022 ha mostrato quanto questa vulnerabilità possa essere costosa. Il prezzo del gas in Europa, allora, esplose fino a livelli impensabili e l’Italia fu uno dei paesi più esposti. Negli anni successivi il sistema ha reagito, diversificando le forniture e rafforzando le infrastrutture. Ma il problema strutturale non è stato risolto: continuiamo a essere un paese che vive energeticamente di gas e che quel gas deve comprarlo quasi interamente all’estero. Questo rende l’Italia particolarmente sensibile a ogni choc. Per questo motivo il dibattito energetico italiano appare spesso rovesciato. La discussione pubblica tende a concentrarsi quasi esclusivamente su dove trovare nuovo gas: nuovi contratti, nuovi fornitori, nuovi corridoi energetici. E’ un approccio comprensibile nel breve periodo, ma insufficiente nel lungo. La vera questione è un’altra: ridurre il peso del gas nel sistema energetico. Questo non significa rinunciare al gas dall’oggi al domani – sarebbe irrealistico e dannoso – ma costruire un percorso di trasformazione del sistema energetico. In altre parole, il punto non è solo diversificare i fornitori, ma diversificare le fonti.
In Italia esistono già oggi decine di gigawatt di capacità rinnovabile autorizzata che potrebbero essere realizzati rapidamente. Impianti solari ed eolici pronti a partire, bloccati spesso da procedure amministrative o da incertezze regolatorie. Sbloccare questi investimenti significherebbe aumentare la produzione domestica di energia, ridurre l’esposizione ai prezzi internazionali del gas e rafforzare la sicurezza energetica. Accanto alla produzione c’è poi il tema dei consumi. L’Italia è uno dei paesi europei dove l’uso diretto del gas nelle case – per riscaldamento e cucina – resta molto diffuso. L’elettrificazione progressiva dei consumi energetici, attraverso pompe di calore e tecnologie più efficienti, potrebbe ridurre questa dipendenza senza compromettere la qualità della vita o la competitività delle imprese. Non è solo una questione ambientale. E’ una questione strategica. Ogni megawatt di energia prodotto in Italia è un megawatt in meno da comprare sui mercati internazionali. Ogni riduzione della domanda di gas è una riduzione della nostra vulnerabilità geopolitica.