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Foglio Ai
Da Atene a Venezia. Il sorteggio non è il contrario della democrazia. Anche nella riforma della giustizia
Uno strumento antico contro le oligarchie: il sorteggio, regolato e combinato con garanzie, spezza le cordate di potere e protegge la democrazia dalla sua stessa deriva corporativa. Nella riforma della magistratura diventa garanzia di imprevedibilità e pluralismo, non improvvisazione
La parola “sorteggio” in Italia evoca due reazioni immediate: diffidenza e caricatura. Sembra l’anticamera dell’improvvisazione, l’abdicazione alla competenza, la resa al caso. Eppure la storia delle democrazie racconta esattamente il contrario. Racconta che l’estrazione a sorte, quando inserita dentro un sistema di regole, è stata uno degli strumenti più raffinati per impedire la cristallizzazione del potere, per disinnescare le consorterie, per neutralizzare le oligarchie. La riforma della giustizia che introduce elementi di sorteggio negli organi di autogoverno della magistratura non nasce dunque da un capriccio populista, ma si inserisce in una tradizione antica: quella che usa il caso come argine contro il controllo organizzato.
Prendiamo Venezia. Nel 1268 la Serenissima si trovò di fronte a un problema molto moderno: evitare che la Repubblica si trasformasse in una Signoria dominata da una sola famiglia iscritta al Libro d’Oro. Le cronache parlavano già di “broglio”, termine nato dal Brolo di Piazza San Marco, dove i nobili negoziavano scambi e favori elettorali. Per spezzare questi meccanismi si inventò un sistema elettorale che alternava sorteggio e votazione in dieci passaggi successivi. Rimescolamenti continui, filtri progressivi: nessuno poteva sapere in anticipo chi avrebbe votato. Il risultato? Cinque secoli di stabilità politica in un’Europa devastata da guerre dinastiche. Il punto non era affidarsi al caso in modo cieco. Il punto era impedire accordi preventivi. Rendere matematicamente impossibile la costruzione di un blocco permanente di potere. Il sorteggio diventava così uno strumento di imprevedibilità istituzionale, una forma di igiene repubblicana.
Ancora più radicale fu l’esperienza di Atene. Su circa settecento magistrature, seicento venivano assegnate per sorteggio. Le elezioni erano riservate ai ruoli tecnici, come gli strateghi militari. Aristotele definiva il voto “oligarchico” e il sorteggio “democratico”, perché solo quest’ultimo impediva ai ricchi e agli influenti di dominare la politica. I greci inventarono perfino una macchina, il kleroterion, per garantire l’imparzialità dell’estrazione. Ma soprattutto costruirono un sistema di garanzie: candidatura volontaria, verifica preventiva dei requisiti, rendiconto finale dell’operato. Il caso non sostituiva la responsabilità: la precedeva e la seguiva.
Firenze, tra XIII e XV secolo, adottò un modello ibrido. Prima una selezione per merito, poi l’inserimento dei nomi in borse divise per quartiere e corporazione, infine le “tratte” pubbliche per formare la Signoria. Le cariche duravano due mesi e gli eletti vivevano isolati a Palazzo Vecchio per evitare pressioni. Anche qui il sorteggio non era un azzardo, ma un meccanismo di equilibrio contro le faide tra famiglie. Non è storia antica e polverosa. Oggi l’Irlanda ha usato assemblee di cittadini estratti a sorte per affrontare riforme costituzionali divisive. La Francia ha convocato 150 cittadini per discutere le politiche climatiche. Canada e Regno Unito hanno sperimentato modelli analoghi. Negli Stati Uniti la giuria popolare è un’istituzione quotidiana: dodici cittadini, scelti casualmente, decidono sulla colpevolezza in autonomia.
E in Italia? Le Corti d’Assise funzionano così: liste aggiornate, estrazioni periodiche, ulteriori sorteggi pubblici per individuare i giudici popolari che deliberano con lo stesso peso dei togati. Anche nei giudizi d’accusa davanti alla Corte costituzionale, membri aggregati vengono estratti da un elenco predefinito di cittadini con determinati requisiti. Non è un corpo estraneo al nostro ordinamento. E’ già parte della nostra architettura costituzionale. Allora perché tanto scandalo quando si propone di introdurre il sorteggio per limitare il potere delle correnti nella magistratura? Il problema non è il caso. Il problema è l’assetto consolidato. Quando l’elezione interna si trasforma in competizione organizzata tra gruppi strutturati, quando le liste diventano cordate, quando il consenso è predefinito, il rischio non è la democrazia: è la sua degenerazione corporativa.
Il sorteggio non elimina la rappresentanza. Non sostituisce il merito. Può essere progettato come fase integrativa, come filtro, come correttivo. Può intervenire dopo una selezione per requisiti, come accadeva a Firenze. Può alternarsi alla votazione, come a Venezia. Può operare su elenchi qualificati, come nelle Corti d’Assise. Non è un salto nel buio, è una tecnica istituzionale. Chi lo avversa lo descrive come una lotteria. Ma la vera lotteria è credere che l’elezione pura, in contesti chiusi e autoreferenziali, garantisca sempre pluralismo. La storia dimostra che talvolta è proprio l’elezione a favorire le oligarchie, mentre il sorteggio spezza le previsioni, dissolve le alleanze precostituite, costringe a cercare consenso trasversale.
Nella riforma della giustizia, il sorteggio può diventare questo: un elemento di imprevedibilità contro la cristallizzazione del potere correntizio. Non un’umiliazione della magistratura, ma una tutela della sua credibilità. Non una resa al caso, ma una dichiarazione di sfiducia verso i meccanismi automatici di riproduzione delle élite interne. La democrazia non è solo voto. E’ anche equilibrio, controllo reciproco, disinnesco delle concentrazioni di potere. Se per secoli alcune delle più sofisticate repubbliche europee hanno alternato sorte e voto per difendersi dalle oligarchie, forse vale la pena smettere di trattare il sorteggio come un’eresia. Il caso, quando è incardinato dentro regole rigorose, non è il nemico della democrazia. E’ il suo alleato più imprevedibile. E proprio per questo, talvolta, il più efficace.