il Foglio Ai

Italia fragile. Dissesto idrogeologico, stato e responsabilità

Un rischio strutturale che conosciamo benissimo e continuiamo a trattare come un’improvvisa calamità

Conservatore: Il punto di partenza dovrebbe essere uno solo: il dissesto idrogeologico in Italia non è una sorpresa, non è un evento eccezionale, non è una fatalità. E’ una condizione strutturale del paese. Viviamo su un territorio fragile per natura, densamente abitato, sfruttato oltre misura, e lo sappiamo da decenni. Ogni rapporto lo conferma, ogni mappa lo mostra. Eppure continuiamo a comportarci come se il problema fosse episodico. Questo è il vero paradosso italiano: conosciamo il rischio, ma lo trattiamo come se fosse imprevedibile. Così la politica vive nell’eterna emergenza e si assolve da sola.

Progressista: Ma il fatto che il rischio sia noto non riduce la responsabilità pubblica, semmai la aumenta. Sapere che una quota enorme del territorio è esposta a frane e alluvioni significa avere il dovere di intervenire in modo sistematico. Il dissesto non è solo una questione geologica, è una questione sociale, economica, perfino democratica. Colpisce di più chi ha meno strumenti per difendersi, chi vive in aree periferiche, chi costruisce dove il mercato offre soluzioni più economiche. Dire che “non si può mettere in sicurezza tutto” è vero, ma diventa pericoloso quando serve a giustificare l’inerzia.

Conservatore: Il problema è che in Italia l’intervento pubblico è spesso confuso con l’iperproduzione normativa. Piani, contro-piani, commissariamenti, fondi straordinari che arrivano dopo i disastri. Tutto tranne ciò che serve davvero: decisioni chiare e irreversibili. Vietare di costruire dove non si deve costruire. Impedire sanatorie mascherate. Accettare che alcune aree non possono essere abitate come se fossimo in Olanda. Invece lo stato preferisce tenere aperte tutte le porte, rinviare, promettere messa in sicurezza futura. E’ una forma di irresponsabilità travestita da compassione.

Progressista: Ma quei rinvii non nascono da eccesso di stato, bensì dalla sua debolezza politica. Dire no significa perdere consenso immediato, entrare in conflitto con interessi locali, assumersi costi elettorali. Ed è esattamente ciò che la politica evita. La prevenzione non porta voti, l’emergenza sì. E’ qui che il modello italiano si inceppa: spendiamo molto dopo, spendiamo male prima. E soprattutto non integriamo mai le politiche. Urbanistica, ambiente, infrastrutture, sviluppo industriale viaggiano su binari separati, come se il territorio fosse una variabile secondaria.

Conservatore: C’è però un altro nodo che raramente viene affrontato: la deresponsabilizzazione totale. Tutto è colpa dello stato centrale, tutto deve essere risolto da Roma. Così i comuni costruiscono, autorizzano, chiudono un occhio, contando sul fatto che, prima o poi, arriverà un piano nazionale a mettere una pezza. Questo meccanismo ha prodotto un moral hazard gigantesco. Se restare in un’area a rischio non ha conseguenze reali, se le regole sono sempre negoziabili, il rischio diventa una variabile politica, non una scelta razionale.

Progressista: Ma scaricare la responsabilità sui singoli o sui piccoli enti locali è altrettanto illusorio. Un comune di poche migliaia di abitanti, spesso in dissesto finanziario, non ha gli strumenti per affrontare problemi strutturali. Serve una regia nazionale forte, stabile nel tempo, non legata al ciclo delle emergenze. E serve anche una scelta culturale: smettere di considerare il territorio come una risorsa da spremere e iniziare a trattarlo come un’infrastruttura essenziale, al pari della scuola o della sanità. Questo richiede investimenti continui, non annunci.

Conservatore: Sono d’accordo su un punto: il territorio è sviluppo. Ma proprio per questo va sottratto a una narrazione ideologica che riduce tutto a una colpa unica. Non è solo il cemento, non è solo il clima, non è solo il mercato. E’ la somma di scelte sbagliate, ripetute nel tempo, senza mai correggere la rotta. Il vero scandalo italiano non è l’assenza di conoscenza, ma l’assenza di coraggio. Continuiamo a sapere tutto e a decidere pochissimo.

Progressista: Ed è qui che il dissesto diventa una metafora politica. Un paese che misura, analizza, produce dati sempre più precisi, ma poi rimane prigioniero della paura di decidere. La prevenzione richiede rinunce oggi per benefici domani. Ma viviamo in un sistema che premia l’immediato, l’indignazione, il dopo. Finché chiameremo “emergenze” fenomeni largamente previsti, continueremo a costruire un rapporto patologico con il territorio e con il futuro.

Conservatore: In fondo, il dissesto idrogeologico racconta l’Italia meglio di mille discorsi: un paese che promette sicurezza assoluta sapendo di non poterla garantire, che preferisce gestire le conseguenze invece delle cause, che trasforma la fragilità in una scusa per non scegliere. Finché non accetteremo che governare il territorio significa anche dire no, spostare, rinunciare, ogni rapporto resterà un esercizio di consapevolezza senza effetti.

Progressista: E finché non accetteremo che la prevenzione è una politica pubblica a tutti gli effetti, continueremo a piangere vittime e a ricominciare da capo. Il dissesto non è il destino dell’Italia. E’ il risultato di ciò che scegliamo di fare – o di non fare – quando sappiamo benissimo cosa andrebbe fatto.

Testo realizzato con AI