Governare il rischio. Come la tecnologia può aiutare l'Italia
Il dissesto idrogeologico non è un destino e non è più nemmeno un’incognita. Gli strumenti di oggi
L’Italia non è un paese fragile perché ignora i propri problemi. E’ fragile perché li conosce benissimo e continua a rimandarli. Il dissesto idrogeologico è forse l’esempio più evidente di questa contraddizione nazionale: mappe dettagliate, rapporti sempre più sofisticati, dati aggiornati, eppure la sensazione costante di essere colti di sorpresa. In realtà, la sorpresa non è naturale. E’ politica.
In questo contesto, la tecnologia non rappresenta una promessa salvifica né una scorciatoia morale. Rappresenta qualcosa di più scomodo: la fine dell’ambiguità. Oggi abbiamo strumenti che permettono di osservare il territorio in modo continuo, preciso, quasi ossessivo. Satelliti che rilevano movimenti millimetrici del suolo, radar che misurano deformazioni invisibili all’occhio umano, sensori che controllano in tempo reale l’umidità dei terreni, la stabilità degli argini, la pressione delle acque. Questo significa una cosa semplice: molti disastri non arrivano più senza segnali premonitori. Il problema è che quei segnali raramente diventano decisioni.
E’ qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale. Non come oracolo del futuro, ma come strumento di lettura del presente. L’AI consente di incrociare enormi quantità di dati eterogenei: geologici, meteorologici, urbanistici, infrastrutturali, storici. Il risultato non è una previsione infallibile, ma una mappa dinamica del rischio. Non più fotografie statiche del territorio, ma scenari in evoluzione, capaci di indicare dove il rischio cresce, dove diminuisce, dove intervenire subito e dove invece arretrare.
Questo cambia radicalmente il modo di governare il territorio. Perché se il rischio è misurabile, diventa confrontabile. Se è confrontabile, diventa prioritizzabile. E se è prioritizzabile, diventa una scelta politica. La tecnologia, in altre parole, toglie spazio alla retorica dell’imprevisto. Non elimina il rischio, ma elimina l’alibi.
C’è poi un ambito in cui l’innovazione può fare una differenza decisiva: la manutenzione. Gran parte del dissesto italiano non nasce da eventi eccezionali, ma dall’abbandono ordinario. Argini non controllati, versanti lasciati a se stessi, infrastrutture che invecchiano senza monitoraggio. Qui la tecnologia permette un cambio di paradigma: passare da una gestione emergenziale a una gestione industriale del territorio. Sensori diffusi, manutenzione predittiva, interventi mirati prima che il danno diventi visibile. E’ meno spettacolare di una grande opera, ma molto più efficace. E soprattutto molto meno costoso.
Anche nella gestione delle emergenze, l’AI può giocare un ruolo cruciale. Simulazioni rapide degli scenari, ottimizzazione dei percorsi di evacuazione, coordinamento dei soccorsi, comunicazione selettiva con i cittadini. Ogni minuto guadagnato può fare la differenza. Ma soprattutto ogni errore evitato contribuisce a costruire fiducia. Un paese che gestisce meglio le crisi è un paese che ha meno bisogno di gridare dopo.
Naturalmente, tutto questo ha un prezzo politico. Perché una tecnologia che funziona costringe a scegliere. Se un sistema segnala un’area come ad alto rischio e lì si continua a costruire, la responsabilità è evidente. Se un algoritmo suggerisce di delocalizzare e non lo si fa, la decisione non è più neutra. La tecnologia rende visibili le omissioni. Ed è per questo che spesso viene tollerata più come vetrina che come strumento di governo.
C’è anche un altro aspetto, spesso sottovalutato: la trasparenza. Usare tecnologia significa rendere pubblici i dati, condividere le mappe del rischio, spiegare perché alcune zone vengono protette e altre no. Questo non indebolisce la democrazia, la rafforza. Quando le scelte sono fondate su evidenze verificabili, anche i sacrifici diventano più comprensibili. Senza trasparenza, la prevenzione resta un’imposizione. Con la trasparenza, può diventare un patto.
Ma sarebbe un errore grave pensare che l’AI possa sostituirsi alla politica. La tecnologia può indicare dove non costruire, ma non può decidere di non costruire. Può suggerire di arretrare, ma non può gestire il consenso necessario per farlo. Può misurare il rischio, ma non può distribuire i costi sociali delle scelte. Pensare il contrario significa trasformare l’innovazione in un nuovo feticcio, utile solo a rinviare ancora una volta le decisioni difficili.
In definitiva, la tecnologia non può rendere l’Italia immune dal dissesto idrogeologico. Può però fare qualcosa di molto più realistico e molto più politico: impedire che l’ignoranza venga usata come scusa. Può trasformare un paese che reagisce in un paese che anticipa. E può costringere la classe dirigente a fare ciò che da troppo tempo evita: scegliere, spiegare, assumersi la responsabilità delle conseguenze.
Il vero salto non è tecnologico. E’ culturale. E oggi, finalmente, non possiamo più dire di non avere gli strumenti per farlo.
Testo realizzato con AI