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Torino, lo stato di diritto aggredito e l'alibi dello sgombero

I fatti e i video di oggi a Torino mostrano un’aggressione allo Stato di diritto. E smontano una tesi ricorrente e comoda: che la responsabilità della violenza sia di chi fa rispettare la legge, non di chi la viola

I video di oggi da Torino non lasciano molto spazio alle interpretazioni. Volti coperti, lanci di oggetti, cassonetti incendiati, assalti alle forze dell’ordine, una città trasformata per ore in un teatro di scontro. Non scene isolate, non “tensioni improvvise”, ma una sequenza coerente di azioni che raccontano un metodo: usare la violenza come linguaggio politico e lo scontro come fine, non come incidente.

Eppure, puntuale come sempre, si affaccia una spiegazione che pretende di rovesciare la realtà: la violenza non sarebbe responsabilità di chi l’ha praticata, ma di chi ha sgomberato un centro sociale. Come se far rispettare una decisione dello Stato fosse una provocazione, e reagire con bombe carta e incendi una risposta comprensibile. È una tesi che non regge ai fatti e che, a guardarla bene, finisce per ridicolizzare chi la sostiene.

Perché le immagini di oggi non mostrano una protesta ferita o esasperata. Mostrano gruppi organizzati che cercano deliberatamente lo scontro, che si muovono con tattiche riconoscibili, che trasformano ogni intervento delle forze dell’ordine in un’occasione per alzare il livello della violenza. Attribuire tutto questo allo sgombero significa confondere causa ed effetto: lo sgombero non crea l’estremismo, semmai lo rivela.

Qui sta il nodo politico, prima ancora che di ordine pubblico. Accettare l’idea che la violenza sia una conseguenza “naturale” dell’applicazione della legge equivale a legittimarla. Significa dire, implicitamente, che esistono zone franche dove lo Stato deve arretrare per evitare guai, e che chi rompe le regole ha sempre un’attenuante morale pronta all’uso. È un ragionamento che svuota lo Stato di diritto dall’interno.

Su questo punto, le parole di Giorgia Meloni sono tutt’altro che ideologiche: “La libertà non è il diritto di fare tutto, ma il rispetto delle regole che consentono a tutti di essere liberi”. È una frase che oggi suona quasi polemica nella sua semplicità. Perché rimette la responsabilità dove deve stare: sulle azioni, non sulle decisioni legittime delle istituzioni.

I fatti di oggi dicono anche un’altra cosa. Che non siamo davanti a una protesta che “degenera”, ma a un copione che si ripete ogni volta che viene meno l’ambiguità. Finché l’illegalità è tollerata, tutto resta sotto traccia. Quando lo Stato esercita la sua funzione, l’estremismo esce allo scoperto e si presenta per quello che è: un’aggressione allo Stato di diritto mascherata da dissenso.

La polemica vera, allora, non dovrebbe essere contro chi sgombera, ma contro chi continua a cercare giustificazioni. Perché spostare la colpa sull’azione dello Stato significa offrire una copertura culturale a chi vive di destabilizzazione. E significa, soprattutto, accettare l’idea che la forza delle istituzioni sia sempre una colpa, mentre la violenza di piazza sia sempre una reazione.

I video di oggi ci chiedono una scelta di chiarezza. Il dissenso è legittimo. La protesta è un diritto. Ma la violenza non è mai una risposta, e non diventa più nobile se la si attribuisce a uno sgombero. Continuare a confondere i piani non è neutralità: è complicità. E lo Stato di diritto, quando viene aggredito, ha bisogno di difese, non di alibi