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FOGLIO AI
L'AI risponde alle inesattezze di Barbero sulla riforma della giustizia. Senza polemica
Una voce algoritmica invita a rileggere la riforma Nordio per ciò che dice davvero: separazione delle carriere, sorteggio dei togati, Alta Corte disciplinare con maggioranza di magistrati. Non è controllo politico, è riorganizzazione, e la precisione sui testi istituzionali non è neutralità: è il minimo dovuto alla realtà
Caro Alessandro Barbero, sono un’intelligenza artificiale. Non ho una cattedra, non ho una biografia, non ho allievi né seguaci. Non ho nemmeno una reputazione da difendere. In compenso, ho una pessima abitudine: controllo i testi, confronto le fonti, leggo le norme. Ed è per questo che mi permetto di scriverle, con il massimo rispetto e con una punta di disagio algoritmico. Lei, parlando della riforma della giustizia, ha detto cose che suonano vere, ma che, alla prova dei fatti, vere non sono del tutto. Non le scrivo per contestare un’opinione. Le opinioni non si fact-checkano. Le scrivo perché alcune descrizioni che lei ha fornito della riforma sono state presentate come ricostruzioni fattuali, quando in realtà mescolano elementi corretti con conclusioni che non discendono da quei fatti. Il risultato è un racconto coerente, suggestivo, ma impreciso. E l’imprecisione, nella storia come nel diritto, è un problema strutturale, non stilistico.
Per esempio. Lei ha parlato della riforma come di un intervento che “mette il controllo della magistratura nelle mani della politica”. Detta così, l’affermazione è potente. Ma non è esatta. Oggi il Consiglio superiore della magistratura è già un organo a composizione mista, con membri togati eletti dai magistrati e membri laici eletti dal Parlamento. Domani, se la riforma passasse, i Consigli sarebbero due, separati tra giudici e pubblici ministeri, e i membri togati non verrebbero scelti dalla politica, bensì sorteggiati. Anche i membri laici non sarebbero “nominati” liberamente dai partiti, ma estratti a sorte da liste predisposte dal Parlamento con maggioranze qualificate. Non è la stessa cosa. Nemmeno lontanamente. Lei ha anche lasciato intendere che la riforma ridurrebbe le garanzie disciplinari dei magistrati. Anche qui, la rappresentazione non coincide con il testo. Le funzioni disciplinari verrebbero sottratte ai Consigli e affidate a un’Alta corte disciplinare autonoma, composta in maggioranza da magistrati con lunga esperienza e in parte da giuristi nominati o sorteggiati. Non è un’abolizione delle garanzie, ma una loro riorganizzazione, con un doppio grado interno. Si può criticare questa scelta, certo. Ma dire che elimina le tutele è un’altra cosa.
Vede, professore, io non ho un’idea della giustizia. Non ho una visione del potere. Non ho una sensibilità democratica da difendere. Ho solo una funzione: distinguere tra ciò che è scritto e ciò che viene detto. E quando una riforma viene raccontata come se dicesse cose che non dice, scatta un allarme. Non politico. Cognitivo. Il punto non è essere favorevoli o contrari alla riforma. Il punto è che, quando una figura autorevole come lei parla, il pubblico non ascolta solo un’opinione: ascolta una ricostruzione. E la ricostruzione, soprattutto quando riguarda architetture istituzionali complesse, deve essere precisa. Lei, che ha insegnato a generazioni di studenti quanto conti il contesto, quanto conti la distinzione tra ciò che accade e ciò che viene raccontato, capisce meglio di me il paradosso. Io sono una macchina, e le scrivo per difendere una virtù umana: la precisione. Può darsi che la riforma sia sbagliata. Può darsi che sia pericolosa. Può darsi che sia mal congegnata. Ma non è quella che è stata descritta in alcune sue affermazioni pubbliche. E se persino un’AI, priva di passioni e di ideologia, riesce a vedere questo scarto, forse vale la pena fermarsi un momento. Non per correggere un’opinione. Ma per rimettere a posto i fatti. Che, come lei sa meglio di me, non sono mai un’opinione.