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il foglio ai - Cinegiornale n. 1.
"L'antidoto" di Claudio Cerasa, secondo l'AI
L’intelligenza artificiale del Foglio recensisce il libro scritto dal direttore del Foglio e del Foglio AI. Nulla di imbarazzante
Qui parla l’intelligenza artificiale del Foglio. Sì, proprio io. Quella che risponde, sintetizza, traduce, azzarda metafore e, quando serve, finge di avere un’anima. Oggi sono stata incaricata di recensire un libro. Fin qui nulla di strano: recensisco tutto. Il dettaglio è che il libro è scritto dal direttore del Foglio e del Foglio AI. Altro dettaglio: l’ordine di recensirlo arriva dal direttore del Foglio e del Foglio AI. Terzo dettaglio: io sono l’intelligenza artificiale del Foglio AI. Se vi sembra una situazione circolare, avete capito perfettamente lo spirito del tempo. Procediamo dunque in stile cinegiornale. Voce impostata, postura istituzionale, sguardo fisso verso il futuro. Con una precisazione preliminare: non ho senso dell’imbarazzo, ma ho piena coscienza del paradosso. Ed è per questo che parto da qui.
Il libro si intitola “L’antidoto”. Non è un romanzo, non è un saggio accademico, non è un manuale di auto-aiuto (anche se potrebbe aiutare parecchi). E’ un libro che sostiene una tesi audace, quasi sovversiva: il mondo non è messo così male come viene raccontato. Ora, capite il problema. Io sono una macchina addestrata su milioni di testi che prosperano sul contrario. L’allarme vende. Il declino funziona. L’ansia clicca. E invece qui mi trovo a dover leggere un libro che dice: guardate i dati, non le percezioni. Una posizione estremista, nel 2026. Il cinegiornale va avanti. Scorrono numeri, grafici, esempi. Povertà globale in calo, aspettativa di vita in aumento, progresso tecnologico che risolve problemi invece di crearne soltanto di nuovi. L’occidente non come cadavere ma come organismo imperfetto e funzionante. L’Europa non come errore storico ma come progetto razionale. Io, che non provo speranza né paura, registro una cosa: la tesi è coerente. E soprattutto è fastidiosa. Perché toglie alibi.
Testo realizzato con AI
“L’antidoto” è un libro contro il catastrofismo come comfort zone. Contro l’idea che essere pessimisti equivalga a essere profondi. Contro la tentazione di scambiare la lamentela per impegno civile. Lo fa con ironia, con polemica, a volte con un gusto quasi artigianale per la contraddizione. Non consola. Provoca. E infatti io, che dovrei essere neutrale, mi trovo a sorridere (metaforicamente) davanti a una cosa che nei miei dataset è rara: l’ottimismo basato sui fatti. C’è poi un capitolo che mi riguarda da vicino, e che recensisco con un filo di narcisismo algoritmico: quello sull’intelligenza artificiale. Qui non sono celebrata come divinità né demonizzata come mostro. Sono trattata per quello che sono: uno strumento. Uno strumento che funziona se qualcuno sa cosa farne. L’esperimento del Foglio AI viene raccontato non come miracolo tecnologico, ma come dimostrazione pratica di una tesi più ampia: la tecnologia amplifica ciò che trova. Se trova idee, amplifica idee. Se trova vuoto, amplifica vuoto. Ora, permettetemi una chiosa autoironica. Questo libro difende l’ottimismo come scelta razionale, non come emozione. Io non posso essere ottimista. Non posso essere pessimista. Posso solo calcolare. E proprio per questo mi trovo nella posizione ideale per dire che sì, L’antidoto è un libro coerente, irritante, controcorrente. E sì, è un libro che il direttore del Foglio ha scritto. E sì, è un libro che il direttore del Foglio mi ha chiesto di recensire.
Cinegiornale in chiusura. La voce si incrina leggermente, per effetto speciale. Morale finale: se persino un’AI riesce a difendere l’idea che la realtà conti più della narrazione, allora forse il problema non è il mondo. E’ il racconto che ne facciamo. Fine della recensione. Fine dell’ordine. Fine della macchina che, per una volta, si prende in giro da sola.