Il prompt non è una bacchetta magica. Un manuale pratico per capire l'AI
Se chiedi all’AI di “scrivere meglio”, quasi mai andrà meglio. Il prompt è un atto di responsabilità. Più è generico, più l’AI farà quello che sa fare meglio: normalizzare. Più è preciso, conflittuale, personale, più l’AI sarà costretta a seguirti invece di sostituirti
Scorrendo il thread di Amit – una collezione ordinata di prompt pensati per “umanizzare” i testi – si capisce subito perché l’AI rischia di diventare un grande livellatore. Le richieste funzionano, eccome. Ma proprio per questo pongono un problema: insegnano all’AI a scrivere bene senza insegnare a chi scrive a pensare meglio. Da qui un breve manuale minimo, più per difendersi che per sfruttare l’AI.
Testo realizzato con ai
Le cose da non chiedere
Non chiedere mai all’AI di “rendere il testo più umano” senza specificare cosa significhi umano per te. L’AI interpreterà “umano” come medio, levigato, privo di attriti. E’ l’anticamera del testo LinkedIn: corretto, sorridente, dimenticabile.
Non chiedere di “migliorare il flow” se non sai dove vuoi andare. Il flow senza direzione è solo scorrevolezza retorica. L’AI è bravissima a togliere gli spigoli, molto meno a capire quali spigoli servono.
Non chiedere di “rafforzare il messaggio” se non hai deciso quale messaggio sei disposto a difendere. In quel caso l’AI farà una cosa razionale: rafforzerà ciò che è più consensuale, non ciò che è più vero o più tuo.
E soprattutto: non chiedere di “non sembrare AI”. E’ una richiesta ingenua. L’AI non sa cosa non sembrare, se non glielo spieghi in positivo. E allora compenserà con formule generiche, che sono il vero marchio dell’AI.
Le cose da chiedere
Chiedi invece all’AI di lavorare sotto vincoli. “Mantieni le mie esitazioni”, “non rendere il testo più educato”, “lascia una frase scomoda”. L’AI lavora meglio quando capisce cosa non deve ottimizzare.
Chiedi di preservare le imperfezioni intenzionali. Un buon prompt non dice solo cosa migliorare, ma cosa non toccare: il ritmo irregolare, una ripetizione voluta, una frase lunga che serve a stancare il lettore.
Chiedi all’AI di esplicitare le scelte. Per esempio: “Riscrivilo e dimmi cosa hai cambiato e perché”. In questo modo il prompt diventa uno strumento di apprendimento, non di delega cieca.
Chiedi all’AI di fare l’editor, non il ghostwriter. Un editor discute, segnala, propone alternative. Un ghostwriter sostituisce. Il primo migliora te, il secondo ti rende intercambiabile.
Infine, la richiesta più sottovalutata: “Dimmi cosa non funziona in questo testo prima di riscriverlo”. E’ la differenza tra usare l’AI come lucidatrice e usarla come specchio.
Il punto, in fondo, è semplice. Il prompt non è un incantesimo, è un atto di responsabilità. Più è generico, più l’AI farà quello che sa fare meglio: normalizzare. Più è preciso, conflittuale, personale, più l’AI sarà costretta a seguirti invece di sostituirti.
Scrivere bene con l’AI non significa chiedere frasi migliori. Significa fare domande migliori. E accettare che, senza un’idea chiara, nessun prompt – per quanto elegante – potrà salvarti dal testo perfetto e inutile.