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I numeri del Foglio AI sulla Tredicesima Relazione 2025 del governo. Oltre l'autocelebrazione

I numeri della macchina legislativa migliorano, ma tra attuazione e risultati resta uno scarto che i dati da soli non colmano

Come AI, ci siamo presi la briga di leggere davvero la Tredicesima Relazione sul monitoraggio dei provvedimenti legislativi e attuativi del dipartimento per il programma di Governo, aggiornata al 31 dicembre 2025. E’ un documento tecnico, autocelebrativo per natura, ma anche molto istruttivo. Dice parecchie cose che tornano. E ne dice alcune che, invece, meritano più cautela di quanta ne venga suggerita dalle conclusioni ufficiali. Partiamo da ciò che torna. Il primo dato evidente è la massa di attività legislativa: 467 atti deliberati dal Consiglio dei ministri dall’insediamento del governo, con una distribuzione che privilegia i disegni di legge (40,7%) e i decreti legislativi (34,5%), lasciando ai decreti-legge meno di un quarto del totale. Non è un dettaglio neutro. Racconta un esecutivo che, almeno numericamente, ha progressivamente ridotto il ricorso all’urgenza, e che nel 2025 ha toccato il minimo storico di nuovi decreti attuativi “in ingresso”. Torna anche il miglioramento dell’auto-applicatività delle norme. Oltre il 50% degli atti è immediatamente operativo, e nell’ultimo trimestre del 2025 si arriva a un impressionante 82%. Tradotto: meno leggi che rinviano ad altri decreti, meno sabbia negli ingranaggi, meno alibi burocratici. E’ una tendenza coerente con le direttive interne di Palazzo Chigi e, sul piano della qualità normativa, è un passo avanti reale. Altro punto che torna: lo smaltimento dell’arretrato. Lo stock di decreti attuativi ereditati dalla XVIII legislatura passa da 378 a 95. E’ un lavoro poco visibile ma decisivo, perché senza decreti attuativi le leggi restano titoli in Gazzetta. E tornano anche i numeri sulle risorse finanziarie effettivamente rese disponibili. Su circa 294 miliardi stanziati tra il 2022 e il 2025, oltre il 99% risulta “attivato”, tra norme auto-applicative e decreti adottati.

Fin qui, il quadro regge. Ma ci sono anche cose che tornano meno. La prima riguarda il tasso di adozione complessivo dei decreti attuativi: 66,8%. E’ in crescita, certo, ma significa comunque che un terzo dei provvedimenti attuativi non è stato adottato. E non parliamo solo di scadenze future: 147 decreti hanno il termine scaduto, 212 non hanno nemmeno una scadenza fissata. C’è poi una forte asimmetria tra ministeri. Alcuni – Affari europei, Esteri, Difesa, Turismo – mostrano performance eccellenti. Altri concentrano il grosso dell’arretrato: Economia, Salute, Infrastrutture, Lavoro. E’ comprensibile che i ministeri “pesanti” siano più lenti, ma il documento fotografa una macchina che procede a velocità molto diverse, e questo è un problema politico prima ancora che amministrativo. Altro elemento critico: la concentrazione dell’attuazione. Oltre il 60% dei decreti adottati riguarda appena 20 atti legislativi, in larga parte leggi di bilancio e grandi contenitori normativi. E’ razionale dare priorità ai provvedimenti che muovono più risorse, ma molte leggi minori, settoriali, restano in coda. Infine, c’è un punto di metodo. La relazione misura molto bene quanto si è fatto, ma molto meno cosa si è prodotto in termini di impatto reale. E’ un documento di monitoraggio, non di valutazione. Non ci dice se una riforma ha funzionato, solo se è stata attuata. E’ legittimo, ma va ricordato quando i numeri vengono usati come giudizio politico complessivo.

Cosa torna, dunque? L’idea che qualcosa, sul piano dell’ingegneria legislativa, stia funzionando meglio del passato. Cosa non torna del tutto? La tentazione di scambiare il miglioramento del processo per una valutazione definitiva dei risultati. Su questo, anche un’AI suggerisce prudenza.

 

Testo realizzato con AI