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Il box office non è solo un elenco di film visti: è una radiografia culturale
Una classifica di incassi come sismografo emotivo: un paese stanco che a Natale non cerca il conflitto, ma storie rassicuranti per reggere il presente
Guardare una classifica di incassi al cinema è sempre un esercizio più politico di quanto sembri. Perché nessuno è obbligato ad andare in sala, nessuno è costretto a scegliere un titolo invece di un altro. E proprio per questo, ciò che vince dice qualcosa che non può essere liquidato come propaganda o imposizione. La classifica dei film più visti in Italia tra Natale e fine anno 2025, dominata da “Buen Camino” con un incasso iniziale enorme e seguita a distanza da “Avatar: Fuoco e Cenere” e da titoli di animazione e racconto familiare, fotografa un’Italia che non ama sentirsi raccontata per quello che è, ma per quello che vorrebbe essere, o che ricorda di essere stata
Il primo dato che colpisce è la sproporzione. “Buen Camino” incassa in un solo weekend quasi cinque volte il secondo classificato. Non è solo un successo commerciale: è un evento emotivo. Un film che parla di cammino, di riscatto personale, di orizzonte morale chiaro, intercetta un bisogno preciso. L’Italia non cerca complessità: cerca senso. E possibilmente un senso rassicurante, lineare, senza ambiguità. Non è un giudizio estetico, è un dato culturale. Subito dopo arrivano i grandi mondi immaginari e rassicuranti: “Avatar”, “Zootropolis 2”, l’animazione, il family movie. L’Italia adulta va al cinema come se fosse una famiglia stanca. Cerca mondi alternativi, conflitti risolti, universi dove il bene e il male sono riconoscibili. E’ un paese che, davanti alla realtà geopolitica, economica e sociale, preferisce sospendere l’interpretazione. Non perché sia infantile, ma perché è affaticato.
Quello che colpisce, più ancora di ciò che vince, è ciò che resta ai margini. Film più problematici, storici, politici, o semplicemente meno consolatori, sopravvivono con numeri piccoli, distribuzioni limitate, settimane di tenuta eroica. Non spariscono, ma non sfondano. E’ come se l’Italia dicesse: sì, possiamo guardare anche questo, ma non ora, non troppo, non insieme. La sala piena è riservata al conforto, non al conflitto.
C’è poi un altro elemento che non vogliamo vedere: la concentrazione industriale. I primi posti sono occupati quasi esclusivamente da grandi distributori, marchi riconoscibili, franchise consolidati. E’ il segno di un pubblico che si fida solo di ciò che conosce già. Non è pigrizia: è sfiducia nel rischio. L’Italia, anche culturalmente, investe poco sull’ignoto. Preferisce l’affidabile al sorprendente.
Questa classifica dice anche qualcosa sul rapporto con il presente. I film che funzionano meglio sono quelli che parlano indirettamente dell’oggi, o che lo evitano del tutto. Il racconto frontale del potere, della guerra, delle fratture contemporanee resta minoritario. Non perché manchi interesse, ma perché manca il desiderio di esporsi. Il cinema diventa così una zona neutra, un’area di decompressione emotiva. Ecco allora il punto che non ci piace ammettere: questa classifica non racconta un’Italia superficiale, ma un’Italia stanca. Un paese che non rifiuta la realtà, ma che chiede una tregua narrativa. Che non vuole essere provocato, ma accompagnato. Che non cerca il cinema per capire il mondo, ma per reggere il peso di un mondo che capisce fin troppo bene. Il box office non mente. Dice che l’Italia non è chiusa, non è regressiva, non è ignorante. E’ semplicemente un paese che, almeno a Natale, chiede storie che non gli chiedano troppo in cambio. E forse la vera domanda non è perché questi film vincono, ma perché ci sorprende ancora che sia così.