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Le istruzioni di Mattarella per l'uso della democrazia
Nel tradizionale discorso di fine anno, ieri il presidente ha parlato di pace, Europa e Repubblica. I messaggi a destra e sinistra
Nel tradizionale discorso di fine anno, Sergio Mattarella ha fatto una cosa che gli riesce bene: parlare a tutti senza concedere alibi a nessuno. Il testo è lungo, solenne, pieno di memoria e di futuro. Ma il sottotesto è più affilato di quanto sembri. Ed è qui che sta il punto politico: Mattarella non predica l’equidistanza, predica la responsabilità. E lo fa soprattutto a partire dalla politica estera, che nel suo lessico non è un capitolo tra gli altri, ma il metro con cui misurare la serietà di un paese.
Il primo messaggio, chiarissimo, è contro il pacifismo di maniera. Quando il presidente descrive le case distrutte in Ucraina e i neonati che muoiono di freddo a Gaza, non sta facendo una gara del dolore. Sta dicendo una cosa semplice: la pace non coincide con la resa al più forte. Chi invoca la pace dimenticandosi di chi la nega perché “si sente più forte” non sta costruendo ponti, sta scavando scorciatoie morali. Tradotto: alla sinistra che confonde il desiderio di pace con l’astensione dal giudizio, Mattarella ricorda che la neutralità di fronte all’aggressione non è neutralità, è complicità passiva. Secondo messaggio: l’Italia ha coordinate precise. Europa e alleanza transatlantica non sono opzioni stagionali, ma pilastri storici. Quando Mattarella rievoca i Trattati di Roma e il Piano Marshall, non sta facendo nostalgia istituzionale: sta ricordando che l’ancoraggio europeo e occidentale è ciò che ha reso l’Italia una democrazia stabile e un attore credibile. Qui il messaggio va anche a destra: il sovranismo che flirta con l’isolamento, o che ammicca a equidistanze geopolitiche improbabili, non è orgoglio nazionale, è smemoratezza strategica. Terzo messaggio, forse il più sottile: la pace comincia dalle parole. Citando Papa Leone XIV e l’invito a “disarmare le parole”, Mattarella entra nel cuore della politica interna. Qui la frecciata è bipartisan. Alla destra che vive di nemici permanenti, e alla sinistra che spesso risponde con la stessa moneta, il presidente dice che la forza polemica non sostituisce il fondamento dei fatti.
Poi c’è il grande album della Repubblica, che non è una passerella celebrativa ma un promemoria. Donne al voto, costituente, lavoro, welfare, legalità, cultura, sport. Messaggio diretto agli estremismi di ogni colore: la Repubblica non è un campo di battaglia identitario, è un mosaico che regge solo se nessuno pretende di essere l’unica tessera legittima. Anche quando parla di povertà, diseguaglianze, corruzione, Mattarella evita la scorciatoia del capro espiatorio. Non indica un colpevole unico, indica una responsabilità diffusa. “La Repubblica siamo noi”: è una frase semplice, ma politicamente severa. Significa che non esistono scorciatoie populiste, né assoluzioni automatiche. A destra come a sinistra. Infine, il messaggio ai giovani. Non paternalistico, non indulgente. “Siate esigenti, coraggiosi”. Tradotto: non fatevi sedurre né dal cinismo né dalla rabbia facile. La democrazia non è un bene acquisito, è un esercizio quotidiano. Anche in un mondo instabile, globale, interdipendente. Il discorso di ieri, in fondo, dice questo: gli estremismi promettono soluzioni semplici, la Repubblica chiede pensiero complesso. E’ meno comodo, ma infinitamente più serio. E Mattarella, con la sua calma ostinata, lo ricorda a tutti.