il figlio

Napoli fuori misura

Fuani Marino

La città più chiacchierata d’Italia nel racconto collettivo dei suoi figli

Raccontare Napoli è sempre una scommessa, tanto sono preponderanti l’immagine oleografica del pino marittimo col golfo sullo sfondo o quella che deriva dalle fortunate narrazioni di Gomorra e affini. E’ tuttavia una scommessa che bisogna raccogliere, a mio avviso, perché forse solo a partire da una narrazione diversa, che le restituisca tridimensionalità, si può sperare di vederla cambiare un giorno. Forte della sua esperienza fra le pagine culturali del Corriere del Mezzogiorno, Mirella Armiero chiama a raccolta diciassette scrittori e scrittrici, tutti figli e figlie della città più chiacchierata d’Italia. Divide i contributi per temi: traccia una linea di fuga come premessa, imbastisce ricognizioni e indagini narrative, fra incanto e disincanto. Ascolta chi la racconta da lontano, dopo averla lasciata, una condizione frequente in cui il richiamo si fa forte, e la nostalgia prevale su tutto il resto. 

  
Come racconta bene l’ultimo film di Paolo Sorrentino, uno dei tanti, E’ stata la mano di Dio, troppi napoletani andati via: il paradosso di chi nasce qui, all’ombra del Vesuvio, ed è il più delle volte costretto a lasciare Napoli per non esserne schiacciato senza tuttavia riuscire mai lasciarla del tutto.
  
Una città spesso eccessiva a cui servirebbe un strigliata, un po’ di rigore, o forse solo l’ambizione di adeguarsi alle eccellenze che genera, senza restare inchiodata a sé stessa, facendo dell’invivibilità una tradizione, nei secoli dei secoli, amen. Perché se è vero che l’immagine di Napoli è poliedrica e cangiante, una - quella del degrado, della miseria, di Pulcinella, dei corni e del mandolino - prevale sulle sue bellezze e grandiosità. E se la politica (locale e nazionale) sembra ormai essersi rassegnata, averla data per persa, almeno non faccia altrettanto la letteratura. Non facciamo della povertà un paravento che oscura tutto il resto, le eccellenze e le enormi ricchezze, non rassegnamoci a diventare “una repubblica distaccata” che segue regole tutte sue, l’indolenza di chi la abita, il tentativo di smascherare anche la barbarie meno manifesta e di arginare quella che dilaga, una nuova mappatura della città da Posillipo a Bagnoli passando per via Miroballo al Pendino e San Giovanni a Teduccio, fino all’Arenella, al Petraio, e alla provincia che si estende tutt’intorno. Se in risposta a un articolo sulla sua invivibilità anni fa Erri De Luca sentenziava: “Napoli è troppo fuori scala, esagerata, per poterla misurare”, forse per raggiungere livelli minimi di civiltà ci si dovrebbe piegare ai parametri validi per tutte le altre città.

 
 
E se è vero anche che “Pulcinella graffia ancora ma non morde”, come recita uno dei capitoli della raccolta, forse dovremmo lasciarlo un attimo da parte, dimenticarcelo per un po’.

    
“Napoli stanca. 17 scrittori raccontano la città nascosta” (edito da Solferino) chiama a raccolta la sottoscritta con Vincenza Alfano, Maurizio Braucci, Fortunato Cerlino, Cristiano de Majo, Davide D’Urso, Peppe Fiore, Alessio Forgione, Diego Lama, Marco Marsullo, Gianluca Nativo, Benedetta Palmieri, Angelo Petrella, Eduardo Savarese, Gianni Solla, Massimiliano Virgilio, Athos Zontini e, come sottolinea la curatrice Mirella Armiero “non è un’antologia ma un libro collettivo. Un tentativo di cercare insieme un’interpretazione possibile dell’enigma Napoli che si rinnova da secoli”.
   
Il titolo resta aperto a più interpretazioni. Napoli è quindi stanca di essere raccontata sempre nello stesso modo? O semplicemente mette a dura prova chi vi nasce e cresce con le sue continue difficoltà fino a sfinirlo? Quale che sia la risposta vale la pena chiedersi non solo quale Napoli raccontare in quanto suoi figli e figlie, ma anche quale città consegnare ai suoi abitanti di domani.