Elaborazione grafica di Francesco Stati 

Il figlio

Meravigliosa Monica Vitti

Giacomo Giossi

Dopo il tempo della mitizzazione viene il tempo del ricordo, e oggi è venuto anche quello della nostalgia. Se n'è fatto carico Fabrizio Corallo con un delicato ed emozionante documentario

Se in Italia boom e miracolo sono parole e concetti  ancora attuali e fortunati lo si deve in buona parte al cinema. Gli anni Sessanta fino alla metà degli anni Settanta hanno prodotto un immaginario potente e luminoso di un’Italia in rapida crescita e facile alla gioia e al successo. Un immaginario fatto di attori e attrici diventati subito mitologia. A fianco di coloro che venivano definiti i quatto colonnelli, Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Ugo Tognazzi e Alberto Sordi, aveva preso posto una donna, l’unica capace di unire sensualità a pura comicità, erotismo a intelligenza e fragilità. 

Una stella, diversa da chi aveva un ruolo primario nello star system internazionale come Sofia Loren e Claudia Cardinale, e diversa da chi regnava  nel côté  intellò e teatrale dell’epoca come Adriana Asti o Valentina Cortese. L’unica protagonista a fianco di quattro prime donne come i colonnelli è stata infatti Monica Vitti. E se dopo il tempo della mitizzazione viene il tempo del ricordo, oggi è venuto anche quello della nostalgia, forse il sentimento più potente  della nostra epoca, come scrive Alessandro Gandini ne L’età della nostalgia (Treccani). Di questa nostalgia si fa carico Fabrizio Corallo con il delicato ed emozionante documentario Vitti d’arte, Vitti d’amore (prodotto da Dazzle Communication, Indigo Film e Rai Documentari, in onda questa sera su Rai3 alle 21.20, da non perdere).

Monica Vitti con il suo sguardo e la sua voce roca domina ogni frammento del documentario che alterna scene di film a interviste; citazioni a ricordi di chi l’ha conosciuta e vista recitare. Nessuno più di Monica Vitti ha saputo cogliere i tempi unendo nella medesima carriera Michelangelo Antonioni e Alberto Sordi, altro che apocalittici e integrati, qui siamo nel campo prezioso  della grazia. Una grazia fatta di istinto e convinzione, come ricorda Barbara Alberti, che ha portato la Vitti ad esprimersi in un cinema al medesimo tempo colto e popolare come mai prima. Guidati da Pilar Fogliati, seguiamo Monica Vitti dagli esordi in teatro fino al cinema. Corallo lavora tra interviste inedite e contributi d’archivio - bellissima l’intervista a Michelangelo Antonioni sul loro incontro - per mostrare come Monica Vitti passo dopo passo abbia preso forma artisticamente diventando quel mix unico che la rende inimitabile. Dal nome, il suo vero è il poco cinematografico Maria Luisa Ceciarelli, alla voce spigolosa e bassa.

Dal rapporto conflittuale e amoroso con Michelangelo Antonioni che mostra le fragilità di una modernità borghese fino ad allora poco indagata al rapporto con Monicelli che ne decostruisce la figura indossandole una parrucca nera e rendendola impacciata e goffa, e ne svela un animo comico stupefacente. Fabrizio Corallo insegue la carriera di Monica Vitti illuminandone gli aspetti cruciali, più di tutti la bellezza e il suo scardinamento. Come ricorda Enrico Lucherini,  cantore della mitologia del cinema italiano, Monica Vitti aveva un controllo preciso e puntuale del proprio aspetto che non stava nell’occhio di chi la guardava, ma partiva prima da lei e dalla sua personalità.

Vitti d’arte, Vitti d’amore è un lavoro di scavo sentimentale nella memoria pubblica di un personaggio che proprio perché ha avuto la capacità di esporsi con libertà e consapevolezza è oggi più che mai riconoscibile anche nella  riservatezza. Un ritratto che offre allo sguardo la possibilità di cogliere l’attrice e la donna che la mette in scena, fino a esplorare il privato. Roberto Russo, regista, sceneggiatore e fotografo, ha sposato tra volgari insinuazioni Monica Vitti nel settembre del 2000 e da allora la protegge con accortezza e intelligenza. In equilibrio tra il riso e il pianto, come lo sguardo indimenticabile  di Monica Vitti.

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