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Una settimana da figlio unico, dalla pura gioia all’esasperazione

Per diventare il più popolare della classe ho bisogno di un upgrade. Il ricatto della poesia

1 Marzo 2019 alle 11:33

Una settimana da figlio unico, dalla pura gioia all’esasperazione

“The Discovery”, Norman Rockwell, 1956

In questi giorni mia figlia è in gita scolastica molto lontano da qui, senza telefono perché il telefono in gita è proibito. E’ partita una sera dopo cena, con una valigia piccola e uno zaino grande che io ho riempito di nascosto di cioccolata e merendine perché ho sempre paura che soffra la fame, e allora spero che, infilando le mani nello zaino e trovandoci molte merendine spiaccicate, si ricorderà di mangiare. Uscendo di casa ha salutato soprattutto il cane, che quando vede una valigia va in agitazione e trema e spera che non lo lasceremo a casa da solo. Lei l’ha abbracciato dicendogli: torno presto, ma lui piangeva con la lingua tutta fuori, e quindi l’ho riempito di biscotti a forma di osso per consolarlo.

 

 

 

Invece mio figlio era felicissimo, troppo felice, esageratamente felice, ha finito tutta la minestra di verdura, ha chiesto la mela, le carote, la banana, il budino, ha detto che voleva fare la doccia e mettersi subito in pigiama. Sei molto strano, perché ti comporti così bene?, gli ho chiesto toccandogli la fronte. Ero sinceramente preoccupata che gli stesse venendo l’influenza. Perché adesso tu stai sempre con me, mi ha detto, e usciamo insieme e mi compri le scarpe e mi racconti le barzellette e mi leggi le storie e mi fai il solletico e mi fai le domande. Era felice perché per una settimana non avrebbe diviso niente con sua sorella: la sproporzione della sua gioia era anche un dolore, e comunque io non conosco nessuna barzelletta e anzi le barzellette in genere mi fanno soffrire, sto male per chi le racconta e aspetta le risate. Ma tranne raccontargli le barzellette ho fatto tutto: le scarpe, il solletico, lui in piedi sulle mie ginocchia, le storie a voce alta a turno, latte e biscotti la sera, le domande su chi sono i più simpatici della classe, le domande su Browl Stars ma senza ascoltare davvero le risposte, le domande sugli youtubers ma sempre cercando di screditarli e metterli in cattiva luce, le domande sull’amore ma senza ottenere nessuna informazione, e anche i film insieme abbracciati sul divano: ma i miei film non gli sono piaciuti per niente, Billy Elliot non gli è piaciuto per niente e ha detto che Saranno famosi è stato un supplizio, “due ore di volgarità e di noia e di cose vecchie” e io gli ho detto che è perché gli youtubers gli hanno distrutto il cervello, ma intanto pensavo che in effetti Saranno famosi era diventato noioso, e poi all’improvviso ho deciso che fosse giusto ricattarlo con le poesie.

 

Per diventare il più popolare della classe, mi ha detto, aveva bisogno di un upgrade. Io non volevo sapere cosa fosse questo upgrade, ma gli ho detto che per averlo, per avere il permesso di usare i soldi della nonna per un upgrade, doveva imparare una poesia a memoria. Come prima reazione ha pianto. Come seconda reazione si è buttato sul divano a faccia in giù. Come terza reazione ha detto che sono la madre più cattiva del mondo, come quarta reazione ha chiesto: che poesia? Trionfante, gli ho detto: “A Silvia, di Leopardi”. Ha ricominciato a piangere e a battere i pugni sul divano e anche sul tavolo, ha detto che questa è un’ingiustizia, una tortura, che di questa Silvia non gli interessa niente di niente. Abbiamo negoziato, ho dovuto rinunciare a molte delle mie speranze, e alla fine ho ceduto: mi basta che la impari fino a “il limitare di gioventù salivi?”. Si è chiuso in una stanza, protestando, e dopo pochi minuti è arrivato, torvo, il libro dei Canti di Leopardi stretto tra le mani, e ha recitato quei pochi versi senza nessun trasporto. La sproporzione tra il mio entusiasmo e la sua irritazione ha riempito la cucina, insieme a “negli occhi tuoi ridenti e fuggitivi”, e per un attimo ho pensato di avercela fatta. Amerà Leopardi, amerà i poeti, si interesserà a qualcosa. Infatti prima di dormire mi ha abbracciato, sorridendo. Sei fiero di avere imparato un pezzettino di una poesia così bella, gli ho chiesto. Sono felice per l’upgrade, ha detto, e sono felice che domani finalmente torna a casa mia sorella e tu non ricatterai più me, perché da adesso tocca a lei.

Annalena Benini

Annalena Benini

Nata a Ferrara nel 1975, laureata in Legge, è al Foglio dal 2001. Scrive di costume, di persone, di libri e di quello che succede. Cura per il Foglio un inserto settimanale, Il Figlio, che esce ogni venerdì. Vive a Roma, è sposata e ha due figli.

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Commenti all'articolo

  • leless1960

    08 Marzo 2019 - 14:02

    Questi articoli, e tutta la rubrica sui figli, sono bellissimi. Hanno solo un difetto, sarà l'età, sarà che ho un figlio ancora "per mare", ma non riesco mai a finirli senza avere le lacrime agli occhi. Detto questo, mi viene da sorridere, tra una lacrima e l'altra, pensando alla faccenda della fame e delle merendine alla gita scolastica: quando saranno grandi, cara Annalena, e per trovare se stessi andranno a fare un trekking da soli in Islanda muniti solo di cibi liofilizzati o quando, non appagati, l'anno successivo ventileranno un trekking con due amici in Kirzighistan, ne riparleremo, e io sarò qui a consolarla.

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